Cultura

Moro e i ragazzi di Roma Nord (II parte)

Moro e i ragazzi di Roma Nord (II parte) – La storia del vederci a casa da me andava avanti da un anno circa ed era stata una mia idea. Un po’ avventata. Un po’ scoperta, così mi ero sentita, scoperta e ingenua, mi dicevo, ingenua. 

Eravamo tutta la classe in “libera uscita” con il Professore. Uscivamo di frequente. Un compendio al corso che non doveva restare solo teorico. Alle volte nelle carceri, alle volte nei manicomi sperimentando sul campo quello che altrimenti poteva apparire nel diritto una fredda analisi di norme e codici. Ma il diritto era di tutti. Al centro, nei discorsi del Professore, c’era sempre la persona umana. Nella sua integrità, nel suo bisogno di giustizia, di pace, di libertà. Quella libertà che a tutti appartiene e a cui tutti devono tendere. Aldo Moro era fermamente contrario a una pena giustizialista, alla pena di morte, all’ergastolo. La detenzione doveva mirare alla riabilitazione. Al recupero dell’individuo. Non al suo annichilimento.

Ogni espressione del diritto è intrisa di socialità e soggettività. Cosa ha portato una persona a commettere un crimine e cosa le istituzioni possono fare per la sua riabilitazione. Una pena esclusivamente punitiva, che non miri a reintrodurre il soggetto nella società, resterà sempre perdente. Non può sussistere in un sistema democratico come il nostro una norma repressiva verso l’individuo perché c’è prima di tutto la persona umana, nella sua interezza e nella sua integrità di persona.

Ci portava nei manicomi dove i malati, o presunti tali, venivano sottoposti a trattamenti che non avevano nulla a che vedere con una cura. Ne restammo inorriditi, di queste cose se ne parlava poco, e amareggiati, per come tutta la nostra materia non fosse che una un’utopia, il diritto, il cittadino; un guscio che non racchiudeva nulla. Dopo la visita al nosocomio di Santa Maria della Pietà scendiamo lungo il parco dell’Insugherata.

Siamo alla periferia della città, un cuneo verde e archeologico che si insinua tra la consolare Cassia e la Trionfale e questa sterminata, selvaggia parte di campagna romana rimasta intatta, scampata alla speculazione edilizia è il quadretto perfetto di una Roma sparita.

Greggi di pecore in lontananza, castagni, noccioli, salici e pioppi ma è la quercia di sughero, signora e padrona, a regnare incontrastata. Alcuni dei miei compagni aiutano il professore a superare un piccolo dislivello. Foto di rito e delle pause, a bearci del sole e dell’aria frizzantina.

Non il cittadino al servizio dell’uomo ma lo Stato. Uno Stato che sia pienamente capace di far partecipe le masse alla vita democratica, uno Stato che possa accrescere questo consenso e dove la partecipazione sia diretta ad un allargamento delle forze politiche in campo.

Tutte le forze politiche, nessuna esclusa? Voglio dire Professore, teniamo conto di chi non abbia rispetto delle istituzioni. Mormorii di dissenso. Aprire a istanze così diverse può ritenersi un pericolo. Avanza sicuro Manfredi.

Deve concederlo la democrazia. Replica Moro. La democrazia deve sapersi difendere. Questo può diventare una pericolosa deriva. Siamo disposti in cerchio e il Professore ci interroga con le sue pause. Vedete, quello che auspichiamo di comporre è una società civile dove si possa rifondare la dignità umana. Il senso di Stato, il ruolo dei partiti in cui i cittadini possano riconoscersi, sentirsi rappresentati. La società civile non disgiunta dalla politica perché sarebbe un terribile errore dividerle. Lo Stato può vivere se è unito nelle diversità. La diversità nell’unità, il molteplice che possa permettere la fondazione di una vita pienamente democratica. Doverosa attenzione e conversazione, guardare agli eventi e porsi in ascolto. Come stiamo facendo. E mi domando se non sia questo il suo maggior inganno. Voler arrivare senza distinzione a un dialogo onesto, aperto, alla pari. Questa profonda illusione di una pace.

Risaliamo sul pulmino che ci riporta in centro. Moro è seduto in prima fila, le mani in grembo, gli occhi socchiusi. Io accanto e i pensieri vorticano come mulinelli d’acqua. Avevo deciso quale sarebbe stato l’argomento della tesi. Una foto, l’ultima per concludere ragazzi!

La zazzera scura di Franco fa capolino dal sedile opposto al mio. Franco era solo di qualche anno più grande, una brillante carriera e amatissimo da tutti noi studenti. Garbato, disponibile, un viso da bambino, non mancava di uno spiccato senso dell’ironia, come Moro. Li legava un profondo affetto.

Ecco, per favore, avvicinatevi un poco così, attenzione. Tira fuori la sua polaroid. Ci accostiamo tutti, io mi faccio un po’ indietro per permettere al Professore di essere più centrale all’obiettivo. Sorridiamo, impacciati. Possiamo esserci, penso, esserci per quello che potremmo fare, abbiamo solo bisogno di tempo eppure potremmo… potremmo aggiungere un momento alla storia. Mi rimetto seduta accanto a Moro, le mani in grembo, con i miei 24 anni. 

Scendiamo davanti alla chiesa di Santa Chiara a Piazza dei Giuochi Delfici dove ci diamo appuntamento con il Professore tutte le domeniche mattine per la messa. Prima di andarcene però leviamo in coro un dissenso comune, ci serve del tempo per rielaborare, per ripassare: ma con il suo aiuto Professore, Lei deve darci un mano, la materia è complessa. Stava concludendo Giovanna.

Il dopo lezione è troppo caotico, troppa gente, troppe domande. La interrompe Domenico. Un paio d’ore solo per noi, questo ci servirebbe. Lo segue a ruota Manfredi. Sì ma dove? A casa del Professore? Il Professore sorride. A casa non rientro che verso le 23 ma sarei disponibile ad ospitarvi in determinati giorni nel mio studio privato a via Savoia. Sarebbe però opportuno avere anche un’altra sede a disposizione. Rimuginiamo meditabondi.

Ma se è una biblioteca come facciamo a discutere degli argomenti scusa. In un parco forse. Propone Manfredi. Scomodo e poi se piove? Vi ospito io. La mia voce suona limpida e acuta, e perfino io mi stupisco della mia improvvisata. Segue un strano silenzio. I miei compagni mi sbirciano increduli. Il professore inclina il capo, come è solito fare, con un’espressione accondiscendente disegnata sulle labbra, come non si aspettasse diversamente, o almeno così mi pare. Un corvo gracchia sul pino davanti all’entrata.

Sarebbe possibile? Si affaccia il professore, per lei, i suoi nessun disturbo? I suoi occhi si posano sui miei. Sento di aver sbagliato ma è troppo tardi e devo reggere il gioco. Luisa… sussurra Giovanna. Quando si agitava mi chiamava semplicemente con il mio secondo nome.

Sì certo, voglio dire, no nessun problema. Se facessimo, ecco, a necessità, un pomeriggio durante la settimana, secondo le disponibilità del Professore naturalmente. Cosa ne pensate? Gli altri si voltano speranzosi, Moro fa un cenno di assenso. Io emetto un sospiro. Sei stata troppo impulsiva, che sfacciata. Manfredi e Domenico ridacchiano.

Sì però c’è anche lui. E con questo? Non dovevamo trovare un posto adatto Certo, ma proprio a casa tua e detto da te poi… Manfredi si era accodato ai rimproveri.

Cosa? Stai diventando pesante Mimmo. Lo chiamavo Mimmo da una vita. Lasciamo perdere. Spegne il mozzicone di sigaretta prima di salire in macchina e darci un passaggio. In realtà abitiamo tutti quasi dirimpetto l’uno all’altra a poche centinaia di metri ma Manfredi ci faceva da autista e non lasciava che andassimo da sole a piedi la sera, anche se era solo l’imbrunire.

Guarda che lo abbiamo capito. Mi fissa insistente scoprendo i denti nello specchietto mentre fa retromarcia. Voi non avete capito niente perché non c’è niente da capire. Siete solo dei gran bigotti. Oh no parla la rivoluzionaria.

Parla il signor so tutto io e  ti mancano ancora, ho perso il conto, quanti esami Mimmo? Eh no carissima stavolta ti sbagli di grosso, mi laureo con voi a marzo! Ma la smettete di stuzzicarvi! Interviene esasperata Giovanna. Ecco, pensa alla tesi e non replicare. Domenico conciliava il gruppo. Va bene, pace. Teniamo la bocca chiusa.

di Eloisa Sicilia

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