Marò: l’ignobile pagliacciata italo-indiana

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di Salvo Ardizzone

Quello dei due marò trattenuti in India, è davvero un pasticcio brutto e ingarbugliato, in cui l’Italia ha commesso molti errori, ma l’India assai di più e ora non sa che fare per uscirne senza danni. Per capirlo non c’è altro modo che percorrerlo passo passo, cercando di esporre i fatti e le motivazioni, scusandoci sin d’ora per una narrazione lunga e complicata.

Allora i fatti: il 15/12/2012 la petroliera Enrica Lexie si trova al largo della costa dello Stato indiano del Kerala, in acque internazionali come poi appurato; a bordo si trova un team composto da sei marò del 2° Reggimento San Marco, concesso all’armatore nel quadro di accordi nazionali ed internazionali per protezione contro la pirateria in quelle acque assai diffusa. Secondo la ricostruzione di parte italiana, un’imbarcazione con a bordo uomini armati si avvicina malgrado le regolamentari segnalazioni dissuasive; all’insistenza nell’intercettare la nave, vengono sparate raffiche di avvertimento a 500 e 100 metri di distanza, come previsto dalle regole d’ingaggio; a quel punto l’imbarcazione s’allontana e via radio vengono allertate tutte le autorità e le navi preposte alla sicurezza di quel mare. Poco dopo la petroliera viene contattata dalla Guardia Costiera indiana, che le chiede di entrare nel vicino porto di Kochi, per identificare un’imbarcazione che è stata fermata, sospettata dell’aggressione.

Il capitano, sentito l’armatore e la catena di comando militare nazionale, entra nelle acque territoriali indiane e si ancora nella rada di Kochi; immediatamente la nave viene bloccata, i due sottufficiali dei marò La Torre e Girone, fatti scendere a terra con la scusa di un interrogatorio, vengono prima fermati poi arrestati. Secondo le accuse della polizia, essi avrebbero deliberatamente sparato al peschereccio S. Antony di ritorno da una battuta di pesca, uccidendo due membri dell’equipaggio. Certo, è strano che un natante così piccolo, in condizioni di ottima visibilità, s’avvicini così pericolosamente a un’imbarcazione enorme come la petroliera, giungendo fino a circa 100 metri; inoltre, sono ancora più strani i segni della sparatoria sul peschereccio (stranezza avvalorata da una perizia poi contestata), secondo i quali i colpi sarebbero stati sparati dallo stesso livello (quasi pelo dell’acqua) e non dall’alto (e tanto) come sarebbe avvenuto se esplosi dalla gigantesca petroliera.

Ma andiamo avanti. L’opinione pubblica locale pretenderebbe l’immediata condanna degli italiani, ma, sia pur a fatica, vengono chiarite alcune cose: i fucili di Girone e La Torre non sono quelli che hanno sparato (anche se sono presenti sulla nave altre armi), ma soprattutto viene dimostrato che la nave si trovava in acque internazionali al momento dell’incidente e, inoltre, a denti stretti, le autorità debbono ammettere che nel tempo in cui avveniva il fatto un’altra nave simile alla Enrica Lexie, la Olympic Flair, ha dato comunicazione di essere stata aggredita da pirati nella zona, all’interno delle acque territoriali (dove il peschereccio sosteneva di essere al momento della sparatoria), e che né lei, né alcuna delle tante navi presenti nella zona, è stata controllata.

Di qui uno stallo, perché, se la nave si trovava in acque internazionali, come dimostrato, ai sensi del diritto internazionale marittimo e della Convenzione Internazionale sul Diritto del Mare (cui entrambi gli stati aderiscono) la giurisdizione appartiene all’Italia (e volutamente non uso il condizionale), togliendo fondamento alle pretese indiane.

Passano i mesi, e per tirarsi fuori dagli impicci, il 18/01/2013, la Corte Suprema Indiana da un canto non riconosce la competenza dello stato del Kerala, che avrebbe potuto agire solo attraverso la normale giurisdizione, non applicabile vista la posizione della nave in acque internazionali, dall’altro dispone l’istituzione di un tribunale speciale; ordina una nuova indagine affidandola alla Nia. E qui la cosa si complica davvero: la Nia è un’Agenzia del Ministero degli Interni Indiano che si occupa esclusivamente di terrorismo e pirateria sulla base di una legge speciale, il Sua Act; per i reati che persegue, essa spinge la competenza territoriale fino a 200 miglia dalla costa e inverte l’onere della prova.

Ma che significa? Significa che la Corte Suprema d’un colpo solo cambia le carte in tavola e le regole del gioco, perché si riappropria della competenza territoriale e, non avendo trovato prove concrete a carico degli italiani, ora impone loro di doversi discolpare, dando per legge assodato che siano colpevoli. Non solo: il Sua Act, qualora dimostrata la colpevolezza, anzi!, non dimostrata l’innocenza, prevede la pena di morte, cosa ovviamente inaccettabile per il Governo Italiano che, tra l’altro, si troverebbe nell’assurda condizione di essere equiparato a un’organizzazione criminale o a una sorte di stato pirata, avendo agito i marò su mandato dell’Italia e nell’espletamento di precise funzioni militari (per ironia della sorte anti pirateria).

Per stemperare la tensione subito salita, l’India concede ai due marò di tornare in Italia per la seconda volta (la prima era stata per le festività di fine anno) in occasione delle votazioni del 23/24 febbraio 2013, ma, l’11 marzo, il Ministro degli esteri Italiano Terzi di Sant’Agata annuncia all’improvviso (e senza un’adeguata copertura diplomatica internazionale) che i militari non torneranno in India. Ottiene il capolavoro di far perdere la faccia all’Italia e scatenare l’opinione pubblica indiana, che induce il suo Governo al sostanziale fermo dell’ambasciatore italiano e a dichiarazioni durissime. Sotto la spinta degli avvenimenti (e pare anche di molte aziende italiane, in testa Finmeccanica, preoccupate per le ritorsioni indiane sui loro affari e sulle loro commesse) il Presidente del Consiglio Monti fa tornare i due marò in India, con la motivazione di aver ricevuto dal Ministro degli Esteri Indiano (che non poteva rilasciarle perché non di sua competenza) assicurazioni scritte che il caso in esame non rientrava fra quelli punibili con la pena di morte (errato! Perché l’unico modo di processare gli italiani era di applicare il Sua Act, che prevede appunto la pena di morte). Una vera commedia, ridicola se non fosse per i contenuti, che, per sovrappiù, il 26 marzo determina le dimissioni del Ministro Terzi.

Si torna così a un’ulteriore stallo, basato su equivoci volutamente ignorati; il Ministro degli Esteri indiano si rende ben conto delle implicazioni nel procedere sulla base della legge speciale, che equivale – come detto – a mettere uno Stato sovrano alla sbarra per pirateria; sarebbe un disastro in termini di credibilità e reputazione internazionale, proprio nel momento in cui l’India vuole accreditarsi interlocutore autorevole e affidabile per tutta l’area e briga per un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il Ministro degli Interni, invece, vorrebbe procedere comunque, spinto da motivazioni di politica interna; occorre infatti ricordare che il Partito del Congresso, ora al governo e in grossa difficoltà politica, ha per capo Sonia Gandhi, a cui i suoi avversari hanno sempre rimproverato le origini italiane (ad esempio Narendra Modi, leader dell’opposizione nazionalista indù, che ha fatto della linea dura una bandiera e sostiene che il governo tiene una posizione troppo morbida “per ovvi motivi”).

Di rinvio in rinvio, e con le elezioni politiche che s’avvicinano in India, rendendo l’argomento sempre più rovente, si giunge al 13/01/2014, quando il Governo Italiano (che finalmente ha messo insieme un team efficiente a occuparsi del caso e, dopo tanto dilettantismo, ha intrapreso i giusti passi diplomatici) ha presentato ricorso alla Corte Suprema indiana perché, dopo due anni, vengano finalmente formulati i capi di imputazione senza ricorrere al Sua Act, già escluso dall’Alta Corte del Kerala. E finalmente la Corte Suprema, stanca di questo tira e molla, ha intimato al Governo Indiano di decidere entro il 3 febbraio.

Come finirà il braccio di ferro in corso all’interno del Governo indiano e come evolveranno le cose non è possibile dirlo. Certo, l’India ha molto da perdere, oggi, ad incaponirsi, anche perché sono ormai in molti gli Stati che si chiedono se sia affidabile per come ha gestito il caso; d’altronde, con le elezioni così vicine, è improbabile una soluzione positiva a breve. Avrebbe forti contraccolpi in un’opinione pubblica troppo sobillata da voci interessate a colpire il Partito del Congresso. È probabile che abbia ragione il Ministro Bonino quando afferma di sperare entro luglio una soluzione, appunto, quando le elezioni saranno passate.

Nel frattempo non resta che attendere e sperare che il pasticcio non s’ingarbugli ancor di più sulla pelle dei due militari e delle tante aziende che si vedono bloccato un grande mercato; cosa sia accaduto realmente e a chi si debbano addebitare i due morti – duole dirlo – interessa ormai a pochi, certo non alle autorità indiane che si sono buttate a pesce sui “colpevoli” che si son trovati sotto mano, felici di poterli usare nelle lotte interne di potere.

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