Europa

L’Ungheria salva le terre nazionali dalle grinfie degli speculatori

di Federico Cenci

Nei giorni scorsi il Parlamento ungherese, votando una legge che vieta definitivamente agli stranieri di acquistare terreni agricoli, ha posato sotto l’albero di Natale dei propri abitanti un dono oltremodo prezioso. Si tratta, infatti, di una decisione che frena l’accaparramento delle vaste e fertili terre ungheresi (l’87% del territorio totale) da parte di ricchi imprenditori stranieri.

Un fenomeno che in questi anni aveva preso una piega decisamente dannosa per l’economia nazionale, nonostante fosse già in vigore un divieto di questo tipo dal 1994 (esteso nel 2004 per altri sette anni in occasione dell’ingresso dell’Ungheria nell’Ue e poi prorogato sino al 2014). Di fatto, quella legge del 1994 che in molti bollarono come eccessivamente protezionistica, si è rivelata tutt’altro che inflessibile. Gli investitori stranieri sono riusciti ad escogitare numerosi espedienti per aggirarla, così da riuscire ad assicurarsi ettari di terra senza impedimenti giuridici insormontabili e a prezzi assai inferiori rispetto alla media europea. Centinaia di migliaia di ettari di terre ungheresi sono finiti, in pochi anni, tra le mani di facoltosi imprenditori d’oltreconfine, soprattutto italiani, belgi, tedeschi, slovacchi e austriaci. Si conta che soltanto questi ultimi abbiano il controllo di quasi due milioni di ettari in territorio ungherese.

Tra i nostri connazionali, chi ha copiosamente approfittato – subito dopo la caduta del comunismo – di questa occasione offerta dal mercato agricolo dell’Ungheria è Carlo Benetton, il quale coltiva settemila ettari di grano, mais e pioppi. La sua enorme tenuta a sud del lago Balaton, che gli abitanti del posto chiamano con l’evocativo nome di “Alcatraz”, come l’ex carcere americano di massima sicurezza, è una delle espressioni più evidenti di come l’appropriazione di terre da parte di stranieri costituisca un vulnus per gli abitanti locali. Nel paesino di 1.200 abitanti che si erge in prossimità della tenuta Benetton, la disoccupazione si aggira intorno al 50%. Le speranze di trovare un posto di lavoro, in luoghi storicamente celebri come indefessi serbatoi agricoli, sono oggi molto scarse, con la sola eccezione dei servizi di sicurezza dei possedimenti. Pertanto gli antichi contadini ungheresi sono stati sostituiti, dai nuovi proprietari di queste terre, da manodopera straniera, la quale, essendo a bassissimo costo, consente di capitalizzare al massimo i profitti.

Ora, l’intervento deciso del Governo ungherese dovrebbe impedire il protrarsi di simili sfruttamenti. Questa legge che il presidente Viktor Orban non ha esitato a definire “storica”, corregge e rafforza la precedente del 1994, scrive dunque la parola fine al “land grabbing” (un gergo coniato dagli esperti per definire l’accaparramento delle terre) in salsa magiara. I terreni ungheresi vengono strappati dalle grinfie ingorde degli speculatori apolidi per essere riconsegnati alle braccia infaticabili degli agricoltori ungheresi. “La Costituzione tutela la terra ungherese in quanto patrimonio nazionale, nostra comune eredità e base della nostra vita, e la protegge dagli speculatori”, ha scritto il ministero dello Sviluppo rurale in un comunicato in cui definisce il voto come “l’inizio di una nuova era”. E la fine – potremmo aggiungere – del turbo-liberismo che, raggirando le regole, sopprime le culture ed eleva il mercato a feticcio universale di popoli privati delle loro identità.

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