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L’Orso e il Dragone nel cortile di Washington: la fine della dottrina Monroe

di Salvo Ardizzone

L’America agli Americani, ovvero, agli Usa. Era il succo della Dottrina Monroe (invero elaborata da John Quincy Adams), che il Presidente americano annunciò al Congresso nel lontano 1823. Concetto ulteriormente sviluppato dal Presidente Theodore Roosevelt nel 1904 (il cosiddetto Corollario Roosevelt), secondo il quale “comportamenti sbagliati nel continente americano, richiedono interventi di polizia internazionale da parte di una Nazione civilizzata”, ovviamente gli Usa.
In base a questi “principi”, gli Stati Uniti hanno considerato il resto dell’America il cortile di casa, riservandosi d’intervenire a piacimento ogni volta che dinamiche politiche, economiche o sociali potessero in qualche modo ostacolare gli interessi a Stelle e Strisce. Ovviamente, in tutta questa area, le allora potenze coloniali dovevano rigorosamente restar fuori, perché l’unico intervento civilizzatore era e doveva restar sempre quello di Washington, e così rimase anche quando svanirono gli Imperi coloniali.

Inutile cercare di ricostruire gli infiniti interventi degli Stati Uniti nell’America Latina, un libro non basterebbe; hanno spadroneggiato senza porsi il minimo problema, con l’unico obiettivo del proprio massimo interesse, appoggiandosi a dittatori, cricche di potere, giunte militari, alle volte autentici banditi, accomunati da corruzione e violenza nell’esercizio del potere; ciò che veniva richiesto era semplicemente la tutela degli interessi americani. Per sintetizzare, basta citare la battuta d’un alto rappresentante dell’Amministrazione Usa nei confronti di Manuel Noriega, padrone di Panama negli anni ’80: “Noriega è un bastardo, ma è il nostro bastardo”; e rimase unico arbitro di quel Paese finché gli Usa lo ritennero opportuno, chiudendo gli occhi su tutto, compreso il fatto che Panama era divenuta un narco Stato, socio dei cartelli colombiani, fino a quando nel 1989 lo destituirono con un’invasione in piena regola che costò migliaia di morti fra la popolazione.

Ma tutto cambia: oggi la presa di Washington sul suo antico “cortile” è solo un pallido ricordo; è svanita nelle nebbie della storia insieme a giunte militari e “uomini forti” che finalmente hanno abbandonato quel Continente. Nell’area si sono andati affermando diversi Stati, taluni con la stazza di potenza più che regionale come il Brasile, che intendono seguire una propria agenda, alle volte in contrapposizione aperta con le politiche Usa (vedi il Venezuela, la Bolivia, il Nicaragua oltre alla storica posizione di Cuba). Intendiamoci, in tutta l’America Latina le aziende statunitensi sono presenti, eccome, ma è l’asfissiante influenza di Washington che è venuta meno, incapace di mutare coi tempi e d’intrecciare normali relazioni facendo scordare un passato, forse ancora troppo recente, fatto d’oppressione.
Ma, come si sa, in geopolitica il vuoto non esiste, e lo spazio lasciato finalmente libero dagli Usa ha richiamato altri attori internazionali: Cina e Russia; la prima sempre assetata di materie prime e di mercati per le sue merci a basso prezzo; la seconda in cerca d’opportunità e d’influenza per tornare al rango di potenza mondiale, soprattutto a spese di chi glielo vuol negare (gli Stati Uniti appunto). In occasione del VI° Summit dei Brics, svoltosi fra il 14 e 16 luglio in Brasile, i Presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping hanno svolto nell’area due tour per stringere rapporti politici e commerciali.

Per la Cina, l’America Latina ha un’importanza notevole e in crescita verticale, basta dire che nel 2012 l’interscambio è arrivato a 261 Mld di $ che, secondo i programmi, dovrebbero arrivare a 500 nel prossimo decennio; per ora non ha interesse a esercitare un proprio soft power, il suo indiscusso punto di forza sono gli immensi capitali che può investire e di cui quei Paesi, chi più, chi meno, sono assetati.
Col Brasile ha rapporti antichi, con un interscambio di 84 Mld nel 2013; acquista materie prime (ferro, petrolio soia) e invade quel mercato di proprie merci a basso costo. A ben vedere è una situazione di stampo neocolonialista, a tutto favore di Pechino che, come già avvenuto, espone Brasilia alle oscillazioni dei prezzi delle materie prime, e distrugge le industrie brasiliane con la concorrenza dei prodotti cinesi, scadenti, si, ma assai meno cari; inoltre, la Cina non intende spendersi politicamente per le mire brasiliane, ad esempio su un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Tuttavia Pechino porta pure capitali, e quelli servono, come i miliardi messi sul tavolo dell’accordo trilaterale (con il Perù terzo Paese) per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità fra Atlantico e Pacifico, o i fondi speciali per consentire i programmi di cooperazione del Piano Cina–America Latina Caraibi 2015–2019, di cui s’è discusso al Primo Summit fra questi Paesi.

Anche a Cuba e in Venezuela Xi ha portato capitali, concesso linee di credito per miliardi di dollari e stretto accordi commerciali e per lo sfruttamento di risorse naturali; entrambi quei Paesi hanno un disperato bisogno di denaro, e chi ne porta, qualunque sia l’impostazione dello scambio, è bene accolto. Con l’Argentina la relazione è stata elevata al rango di “patnership strategica globale”, con un prestito di 7,5 Mld e un currency swap (una sorta di contratto d’assicurazione sui cambi delle due monete che copre i rischi di fluttuazioni eccessive) di 11 Mld per facilitare i pagamenti bilaterali utilizzando le rispettive monete nazionali e non il dollaro.

L’ottica di Putin è diversa, mirata essenzialmente ad accrescere l’influenza politica della Russia (smentendo così la sprezzante definizione di Obama che l’ha definita una potenza regionale) e la sua capacità di Paese produttore d’energia. In questa ottica vanno visti gli accordi di cooperazione siglati da Rosatom per la costruzione di centrali nucleari in Brasile e Argentina, e quelli per esplorazioni petrolifere nelle acque cubane; come pure la cancellazione del 90% del vecchio debito cubano con Mosca (32 Mld di $) e la trasformazione del rimanente 10% in investimenti congiunti nell’isola, un gesto essenzialmente politico perché l’Avana non avrebbe mai potuto onorare quegli impegni. E ancora nell’ottica di ripagare le ingerenze americane in Ucraina, deve esser vista la decisione di aprire una base d’intelligence a Cuba “dedicata” agli Usa e la visita in Nicaragua.

In tutta l’America Latina, con l’unica eccezione di rilievo della Colombia, l’influenza statunitense è ai minimi; è mancata totalmente la capacità (e ancor più la volontà) di interagire con lo sviluppo di quell’area, rompendo con gli schemi del passato. È come se, trascorsi i tempi delle giunte militari, dei piani Condor e di altre porcate simili, gli Usa abbiano smesso d’interessarsi seriamente alla regione, se non per contrapposizioni ed interventi estemporanei come in Venezuela; antichi riflessi condizionati più che un’organica politica meditata, che non c’è.
Ciò ha permesso un generale allontanamento del Continente dall’orbita Usa, aprendo spazi immensi non solo alla Cina (nuovo player mondiale, i cui interessi, al momento, sono essenzialmente economici), ma anche alla Russia, domani magari a qualche altro attore di questo mondo finalmente multipolare, seppellendo di fatto l’antico dogma della Dottrina Monroe. In fondo era proprio tempo che il mondo cambiasse.

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