CronacaPrimo Piano

L’Italia e la vergogna delle grandi opere

di Salvo Ardizzone

Chi si ricorda della legge 443 del 2001? Pochissimi, solo gli addetti ai lavori. Era la Legge Obiettivo che fissava i progetti di grandi opere infrastrutturali, necessarie far superare all’Italia il gap che la separava dall’Europa. Un recente rapporto presentato alle Camere, redatto con il contributo dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici e l’Anticorruzione, fotografa la situazione dei 315 progetti avviati e il livello di spesa dei 285 (285!) miliardi impegnati in questi anni. Ebbene: solo l’8% delle opere è concluso e sono stati spesi in tutto 23 Mld.

Porti, aeroporti, ferrovie, strade possono attendere; e chi se ne importa se i treni dei pendolari viaggiano come lumache, stipando chi ci sta dentro come sardine; che importa che molti dei nostri porti non siano attrezzati per le grandi navi e perdano traffico per il resto d’Europa; che importa di una rete stradale che cade a pezzi sotto gli effetti della scelta scellerata di cinquant’anni fa (indotta dall’opera di lobbysmo della Fiat) di puntare sul trasporto gommato invece che sulle rotaie. Potremmo continuare a lungo, per ogni infrastruttura mancante che anno dopo anno ci distanzia dall’Europa e dal mondo civile, per non parlare di tutto il lavoro e gli investimenti perduti.

Però, a guardar bene ci sono alcune opere che fanno eccezione, sono quelle elencate alla cosiddetta “Scheda 180” introdotta con la Finanziaria 2004: “Opere strategiche finalizzate ad assicurare l’efficienza di complessi immobiliari sedi di Istituzioni e di opere la cui rilevanza culturale trascende i confini nazionali”. Di che si tratta? Nella sostanza di restyling dei palazzi del potere per dotarli di amenità varie come sale benessere, aulette dove gli stanchi parlamentari possano rilassarsi o dedicarsi ai loro incontri, sale ristoro per autisti, ristrutturazioni di ambienti ristrutturati e così via: 350 ml spesi sull’unghia per 24 interventi tutti in pieno svolgimento, anzi, oltre la metà dei quali da tempo finiti, il tutto per i mandarini delle Istituzioni, dei Ministeri, di Camera e Senato.

I segreti della velocità e dell’apparente efficienza son presto svelati: a parte i fondi stanziati sempre a tamburo battente, per i lavori svolti presso palazzi che ospitino “Istituzioni della Repubblica” non si procede a una gara pubblica d’appalto, ma vengono affidati direttamente, a chiamata diretta della ditta. Inoltre, se le immancabili varianti fanno puntualmente lievitare i costi a livelli stratosferici poco importa, per quei lavori la Ragioneria ha liquidato e liquida senza fiatare. Ma non è ancora finita, perché molti di quegli interventi sono addirittura secretati per “ragioni di sicurezza e riservatezza nazionali” (!) e viaggiano tutti senza le pastoie che affliggono gli altri, dedicati ai comuni mortali, grazie a una corsia preferenziale creata nel Codice dei Contratti Pubblici, licenziata a tamburo battente con approvazione rigorosamente bipartisan.

È in questi fatti che si misura lo sprezzo per la cosa pubblica di un apparato che la considera propria. È da questi fatti che si misura lo spudorato cinismo che germina vicende come quella di Ettore Incalza, il “patron” che considerava il Ministero delle Infrastrutture come una proprietà. È la misura di un’Italia irredimibile, dominata da una rete di burocrati voraci quanto onnipotenti, e governata da una classe politica inetta, totalmente impreparata e inadeguata, marionetta di chi sa muovere i fili, in vendita a qualsiasi prezzo.

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