Lavoratori schiavizzati e senza diritti in nome del “socialismo”

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di Salvo Ardizzone

Che i grandi marchi occidentali delocalizzino le proprie lavorazioni è storia antica; inseguendo il profitto, spostano le produzioni in Paesi dove i costi di produzione sono infinitamente più bassi (adesso è il Bangladesh, coi suoi schiavi del tessile, e il Vietnam ad essere fra i preferiti). In questo modo incrementano gli utili a iosa, alla faccia delle condizioni di lavoro a cui sono costretti gli operai, vessati dalle aziende presso cui vengono impiegati; perché sia chiaro, malgrado costi scannati, a quelle aziende il guadagno, e tanto, è assicurato, basta schiavizzare i lavoratori costretti dal bisogno.

La Cina, che su questo sfruttamento ha costruito il suo successo, e che ha ancora la faccia di definirsi Paese “socialista”, è un’antesignana di questo squallido business, che l’ha fatta divenire la fabbrica a basso costo del mondo, spostando masse enormi di operai dalle campagne agli sterminati distretti industriali. Moltitudini attirate col miraggio di un lavoro, che nella sostanza equivale a un brutale sfruttamento privo di diritti.

Ma quel che è troppo è troppo, e dappertutto si moltiplicano le proteste che censura e repressione non riescono più a nascondere. È di questi giorni uno sciopero massiccio presso la Yue Yuen, a Dongguan, nella provincia industriale del Guangdong; è una fabbrica enorme con 60mila lavoratori che produce per Nike, Crocs, Adidas, Reebok, Asics, New Balance, Puma e Timberland.

Gli operai sono scesi in lotta per condizioni di lavoro che è un eufemismo definire precarie e per l’assenza di qualsiasi previdenza sociale. I lavoratori, infatti, come la stragrande maggioranza di quelli delle altre mega aziende della provincia, sono per la gran parte immigrati e, in base alla legge cinese, che permette che si lucri anche su questo, non possono portarsi dietro la loro assicurazione sociale statale, pagata insieme da lavoratori e da azienda, a meno che non ne sia pagata un’altra supplementare.

Di migliorare le condizioni di lavoro, di fornire un minimo di aiuto alle disastrose condizioni abitative (tali anche per gli standard cinesi) e di garantire una qualche previdenza sociale, la Yue Yuen (come le altre aziende) non vuole sentire. L’avidità è l’unica legge e lo stato, che si fa fatica a definir tale, lo permette.

Le grandi aziende occidentali ora sono seriamente preoccupate: temono di non poter evadere gli ordini dei fornitori. Dinanzi alle accuse per le condizioni in cui vengono effettuate le lavorazioni si difendono dicendo che hanno siglato dei contratti; non è colpa loro se le aziende cinesi per massimizzare gli utili schiavizzano i lavoratori. È incredibile il cinismo e l’ipocrisia di queste grandi società che, sulla pelle di una moltitudine di disgraziati, hanno fondato imperi commerciali e spartito grassi dividendi.

Ma un simile livello di sfruttamento, spinto al parossismo, non può durare sempre, e in quel Paese gli scioperi stanno dilagando; contro le aziende, certo, ma sempre più contro uno stato che permette quegli sconci e spessissimo colluso. Occorre infatti ricordare che le grandi fabbriche sono legate a doppio filo ai potenti del partito, che garantiscono loro una pratica impunità. Come abbiamo detto più volte, se non verrà spezzato questo sistema, i disordini sociali sono destinati ad aumentare vertiginosamente, spazzando i sogni della dirigenza cinese.

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