La fine del predominio del dollaro sull’economia iraniana

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di Cristina Amoroso

Da tempo le campane “suonano a morto” sul dominio del dollaro, da quando l’argomento della “de-dollarizzazione” è uscito fuori dai blog complottisti per essere pronunciato in circoli ufficiali e il resto del mondo comincia ad abituarsi all’idea che è tempo di de-dollarizzazione. Il predominio economico globale degli Usa è in calo dal 1998, sostengono gli economisti, ben prima della crisi finanziaria globale. Una gran parte di questo declino ha effettivamente avuto poco a che fare con le azioni degli Stati Uniti, ma piuttosto con il dipanarsi della lunga anomalia economica di un secolo.

Secondo le statistiche, 47 Paesi del mondo, nel quadro dei contratti e accordi bilaterali e multilaterali con altri Paesi, stanno concludendo operazioni in base a monete nazionali, considerata la tendenza del dollaro nelle transazioni mondiali gradualmente sempre più debole.

Tra i sostenitori della prima fase della de-dollarizzazione c’erano la Cina e l’Iran e mentre la Cina ha continuato a lavorare stringendo accordi di interscambio diretto di valute con vari Paesi, dal Canada al Qatar alla Malaysia, allargando la cerchia dei Paesi interessati a inserire i renmimbi (lo yuan cinese) tra le sue riserve ufficiali, l’Iran ha quasi completamente eliminato gli UsDollars dalle sue riserve e non sta più utilizzando i dollari nel commercio estero.

Se la Cina ha iniziato a riprendere nell’economia globale la posizione che ha occupato per millenni prima della rivoluzione industriale, l’Iran ha chiuso il dominio del dollaro e ha sostituito la moneta con un cesto di altri cambi, a causa delle enormi sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Ha adottato misure per la rimozione del dollaro e di alcune altre valute europee dalle transazioni internazionali ed ha preso in considerazione lo sviluppo di patti monetari bilaterali, in modo da modificare se non annullare gli effetti delle sanzioni e poter continuare le proprie attività economiche internazionali.

Il vicegovernatore della Banca Centrale Iraniana, Gholam-Ali Kamyab, ha annunciato di aver sospeso l’uso del dollaro nelle transazioni di commercio estero e che sono in programma “trattati monetari bilaterali” con alcuni Paesi, facendo uso di altre valute come il yuan cinese, la lira turca, il rublo russo e il won della Corea del Sud nei suoi rapporti commerciali con l’estero.

Il piano per rimuovere il dollaro dal ciclo delle operazioni è stato lanciato nel 2000, quando i ministri dell’Economia dell’Asean+3 (Cina, Giappone e Corea del Sud) si sono riuniti a Chiang Mai in Thailandia ed hanno raggiunto un accordo che ha dato origine a grandi sviluppi nel dominio della valuta nel Sud-Est Asiatico.

Le campane a morto sul dominio del dollaro ci evocano i molti paesi, Russia compresa, che stanno avviando operazioni contro la “dittatura del dollaro”, contro un secolo di dominio economico e mezzo secolo di status di superpotenza, che certo ha lasciato la sua impronta. Prima di tutto quel “soft power” degli Stati Uniti, della sua cultura onnipresente, da Hollywood alle Università Ivy League ai McDonald, alle aziende statunitensi diventate giganti globali, alla lunga lista dei suoi alleati.

Siamo forse nel bel mezzo di un evento storico estremamente raro – il relativo declino di una superpotenza mondiale? Se gli Stati Uniti stanno perdendo il loro posto come l’unica superpotenza geopolitica dominante e la storia suggerisce che durante tali spostamenti le tensioni geopolitiche aumentano strutturalmente, dobbiamo aspettarci – come sostiene qualche analista – che l’aumento negli ultimi cinque anni, e in particolare l’anno scorso, di tensioni geopolitiche globali potrebbe rivelarsi non temporaneo, ma strutturale al sistema mondiale attuale e che il mondo può continuare a sperimentare le tensioni geopolitiche più frequenti, più durature, di più ampia portata di quanto non lo sia stato in precedenza in almeno due decenni? Se questo fosse davvero il caso, allora i mercati potrebbero avere nei prezzi un grado più elevato di rischio geopolitico negli anni a venire.

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