Cronaca

Croazia blocca trivelle nell’Adriatico per salvaguardare turismo

di Adelaide Conti

Fa notizia in questi giorni la decisione della Croazia di bloccare le trivelle nell’Adriatico per salvaguardare il turismo del Paese. La decisione del governo di Zagabria sorprende ancora di più visti i guadagni che le casse dello Stato contano di ricevere dalle società petrolifere: circa dieci milioni di dollari nell’immediato, a fronte di un investimento da 2,5 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Fra le dieci società che si sono aggiudicate una licenza messa a gara dal governo croato, anche l’Eni. Le trivellazioni sarebbero dovute avvenire lungo la linea di confine delle acque territoriali del nostro Paese, se non fosse arrivato lo stop di questi giorni. Uno stop che per il momento non è definitivo. Solo in futuro si capirà se il blocco rimarrà tale oppure se avranno seguito gli accordi presi con le compagnie. Ufficialmente il dietrofront sarebbe motivato dalla necessità di tutelare l’ambiente e salvaguardare il turismo (che oggi vale nel Paese oltre il 15% del Pil), tuttavia, c’è chi sospetta che si tratti di una manovra per evitare di scontentare, in periodo di elezioni, (si vota l’otto novembre) i cittadini, le associazioni ambientaliste nonché i rappresentanti del settore turistico che si oppongono alle trivellazioni in mare.

“Abbiamo sospeso la ricerca del petrolio nel mare Adriatico e penso che dovrete farlo anche voi in Italia”, queste le parole di Llija Zelalic, delegato dell’Ambasciata croata in Italia, con le quali ci invita a seguire il loro esempio. Ed avverte: “Questo è un grande pericolo. Bisogna salvaguardare le coste” ed infine aggiunge: “La risorsa del turismo è più importante da sviluppare per i Paesi che si affacciano in questo mare. Il petrolio esiste in altri posti. Noi stiamo lavorando per costruire un porto a Fiume per lo sviluppo del “natural gas” e lo sfruttamento dell’energia verde”.
Del resto, come dare torto al diplomatico croato: il suo Paese può contare su dodici milioni di visitatori l’anno. Va da sé, puntare sullo sviluppo di questo settore appare come una scelta tanto sensata quanto necessaria.

Anche oltre oceano sembra esserci stato un ragionevole dietrofront, ovvero lo stop alle trivelle in Alaska del presidente degli Stati Uniti, Obama, che però fa sapere durerà circa un anno e mezzo. Motivo dello stop di Obama? Con molta probabilità, è legato al maxi-flop della Royal Dutch Shell, che dopo aver investito ben sette miliardi di dollari per le esplorazioni offshore nel mare dei Chukchi ha poi deciso di annullare i progetti poiché la zona in questione non sarebbe stata sufficientemente ricca di gas e petrolio. Se le proteste delle associazioni ambientaliste e delle popolazioni indigene – che pur si erano battuti fortemente per proteggere gli animali dell’Artico dal rischio di possibili sversamenti di petrolio – non erano riusciti a fermare la compagnia, c’è riuscita, evidentemente, la paura di non vedere realizzati i profitti stimati per quel progetto. Gli ambientalisti tirano un sospiro di sollievo: per un anno e mezzo, sono certi, non si violenteranno i fondali dell’Artico. Dopodiché, con molta probabilità, toccherà al prossimo presidente degli Stati Uniti decidere le sorti di quei luoghi.

In Italia invece si è già deciso, e si va avanti con le concessioni grazie al governo Renzi e al suo discussissimo decreto “Sblocca Italia” approvato la scorsa estate, che allarga di molto le maglie per le concessioni di autorizzazioni alla ricerca di idrocarburi. Un decreto che trova oppositori anche fra le fila del Pd. Una trentina di parlamentari nei giorni scorsi ha presentato un’interpellanza alla Camera per fermare le estrazioni. Primo firmatario è Alessandro Bratti, presidente della commissione Ecomafie. Il tutto mentre i territori interessati provano a difendersi dall’aggressione delle lobby dell’oro nero: dieci Regioni (tra queste ben sette a guida Pd) si sono fatte promotrici di un referendum contro le trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa e sul territorio. Quello che si profila è senza dubbio uno scontro istituzionale senza precedenti. Le Regioni non ci stanno e chiedono con forza l’abolizione di parte dell’articolo 38 della legge dell’ultimo Decreto Sviluppo. Convinti che anche in Italia il turismo sia una risorsa importante e fermamente decisi a dare dura battaglia al governo per difendere le coste e il mare dell’Adriatico. Un segnale politico chiaro. Adesso c’è solo da sperare che Renzi e il suo governo si rendano conto che investire sul fossile va contro il volere di tutti gli italiani.

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