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La crisi in Yemen segna il crollo dell’egemonia saudita nella regione

di Salvo Ardizzone

In Yemen è in atto una crisi che, per la sua portata e le motivazioni, determina un punto di svolta negli equilibri dell’intero Medio Oriente e non solo. L’attenzione distratta dei media occidentali non deve trarre in inganno sulle enormi implicazioni che essa comporta; in gioco non è semplicemente il destino del più povero dei Paesi arabi, tutt’altro, è in discussione il ruolo e la sopravvivenza del blocco di potere che da decenni determina le dinamiche di tutta l’area. In sostanza, la vicenda yemenita è l’occasione per una resa dei conti assai più ampia; in essa si evidenzia il tracollo d’un intero sistema di potere e l’affiorare di nuovi rapporti di forza assai diversi.

Riassumendola in estrema sintesi, nel 2012, dopo aver gestito un potere corrotto e assolutista per vent’anni, il presidente Saleh è stato costretto dalle massicce proteste popolari a lasciare il posto a Mansur Hadi. Era l’ennesima “gemma” delle “Primavere”, ispirata da Riyadh e benedetta dal Consiglio del Golfo, che si sbarazzava d’un personaggio ingombrante, sostituendolo con un fantoccio che avrebbe gestito la transizione e poi l’assestamento del nuovo potere, assecondando in tutto gli interessi sauditi.

In questo progetto, che pareva già andato in porto, non s’era però tenuto conto d’un elemento destinato a farlo deragliare: la resistenza Houthi, le tribù sciite stanziate nel nord del Paese, da sempre represse dal potere centrale col pieno appoggio saudita. Dopo anni di lotte durissime, gli Houthi si sono organizzati nel movimento Ansarullah; non si tratta d’una formazione confessionale, tutt’altro, la forza e il consenso crescente che ha saputo raccogliere non si basa semplicemente sull’efficienza delle sue milizie, quanto sulla qualità dell’amministrazione e dei servizi di welfare organizzati per popolazioni abbandonate a se stesse, a dimostrazione d’un credibile progetto politico e sociale. In questo modo ha attirato a sé un numero crescente di clan e tribù sunnite, sgretolando la tradizionale base di potere dei suoi avversari e dei sauditi.

Un simile attore, forte e con un largo consenso, s’è inserito nel processo di transizione, rifiutando d’esserne emarginato e impedendo che esso si concludesse secondo i voleri di Riyadh.

I sauditi hanno sempre considerato lo Yemen il proprio “cortile di casa”, trovando naturale esercitarvi un completo dominio tramite gruppi di potere asserviti e un proprio braccio armato, coperto di dollari e rifornito di armi, costituito dalle bande criminali di al-Qaeda nella Penisola Arabica; attraverso di esse hanno assunto il controllo di vaste parti del Paese e manipolato le dinamiche della Nazione.

Negli anni successivi al 2011, hanno tentato invano di indirizzare la fase di transizione secondo i propri fini, riscontrando la sostanziale indisponibilità dell’inviato dell’Onu, Jamal Benomar, e l’opposizione di Ansarullah; il risultato è stato lo stallo del processo di normalizzazione. Quando è stato chiaro che Riyadh non intendeva scendere a patti e continuava a tramare con i vecchi assetti di potere e manovrare le bande di terroristi, è stato un precipitare di eventi sempre più incalzante, che è culminato con la presa del potere di Ansarullah e la fuga di Hadi presso i suoi protettori sauditi.

Per essi, l’impossibilità di poter decidere a piacimento le sorti del Paese vicino è stato uno smacco bruciante, reso ancor più insopportabile perché giunto alla fine d’una lunga serie di fallimenti che hanno visto naufragare il disegno di potere lanciato nel 2011 con le “Primavere”. Allora, la campagna di destabilizzazione volta a spazzare via gli “uomini forti” a capo dei Paesi nordafricani e mediorientali, la Fratellanza Musulmana e, prima d’ogni cosa, infrangere l’area sciita che s’andava saldando dall’Iran al Libano attraverso Iraq e Siria, sembrava destinata ad aver successo.

Ma se il progetto è riuscito pienamente contro la Fratellanza, favorito dai suoi errori madornali soprattutto in Egitto, ha fallito totalmente l’obiettivo principale: in Siria, in Iraq e in Libano, malgrado fiumi di petrodollari e legioni di tagliagole prezzolati ingaggiati ai quattro angoli del mondo, il risultato è stato quello di unire le popolazioni, stanche di bestiali massacri e distruzioni, nella resistenza contro quella selvaggia aggressione che ora incassa sconfitte sempre più frequenti.

Al contempo, il precipitare delle crisi mediorientali attizzate da Riyadh, invece di rinsaldare legami che s’andavano allentando (com’era nei programmi sauditi), ha suscitato la crescente disaffezione dell’Amministrazione Usa, sempre più decisa a districarsi da quel pantano sanguinoso, per focalizzarsi sul Pacifico e sul confronto globale con Pechino.

Questa plateale divaricazione d’interessi, che vedeva venir meno la protezione a prescindere di Washington, era dimostrata dalla volontà Usa (più esattamente dell’Amministrazione Obama) di liquidare i dossier più spinosi; non solo i capitoli aperti dalle sciagurate avventure dell’era Bush ma, soprattutto, il contenzioso con Teheran, considerato un attore prezioso per la stabilizzazione di tutta l’area.

Una simile posizione di progressivo distacco dalla regione e di conciliazione con quello che è visto come il peggior nemico, ha spinto Riyadh e Tel Aviv a stringere un’alleanza di fatto, dettata dal comune interesse di mantenere le proprie posizioni di forza nell’area. Alleanza che non è però riuscita ad impedire l’avvicinamento di Washington a Teheran, e il preaccordo sul nucleare iraniano, preludio di possibili sviluppi politici che hanno fatto schiumare di rabbia Israele e gettato nella costernazione la monarchia saudita.

È in questo quadro che è maturato l’ultimo fallimento, quello in terra yemenita: l’ennesima sconfitta ha fatto letteralmente perdere la testa a chi era abituato a dettar legge dall’alto di una montagna di petrodollari; agli occhi della monarchia saudita, piegare il piccolo Stato è divenuto indispensabile per mantenere il ruolo di potenza regionale, e per rinsaldare un sistema di potere ormai incrinato.

Non potendo contare sugli Usa per il lavoro sporco, come ai tempi di Bush, ha chiamato a raccolta una coalizione di Paesi sunniti, ma è stato subito chiaro che quegli Stati, dopo grandi promesse iniziali, non sarebbero andati oltre ad una partecipazione assai limitata. Lo stesso Egitto, che avrebbe dovuto fornire massicci contingenti per un attacco di terra, s’è sostanzialmente tirato indietro quando le sue stratosferiche richieste di “compensazioni” (un’enorme montagna di miliardi, forse tanto alta per non poter essere concessa) non sono state accettate.

Privi di Forze Armate credibili, malgrado per esse siano state spese somme folli, ai sauditi non è rimasto che scatenare un attacco aereo indiscriminato: dalla notte fra il 25 e il 26 marzo, i raid terroristici si sono succeduti senza interruzione, colpendo essenzialmente obiettivi civili: scuole, ospedali, campi profughi, moschee, abitazioni a migliaia, con uno spaventoso bilancio di vittime che s’aggrava ogni giorno.

Nulla è risparmiato a quel Popolo minacciato ora da un’emergenza umanitaria che lo colpisce nella sostanziale passività della comunità internazionale, che non muove un dito per fermare i massacri o alleviarne le condizioni. Gli stessi aiuti della Croce Rossa e delle Organizzazioni umanitarie vengono fermati dal rigido blocco navale e dai bombardamenti, che arrivano a prendere di mira gli aerei che tentano d’atterrare per portarli.

Ma i massacri e le distruzioni, invece di fiaccare il Paese, hanno compattato il Popolo intorno ad Ansarullah, che continua ad avanzare occupando città dopo città, eliminando le bande qaediste e gli ultimi partigiani dei sauditi, col pieno appoggio dell’Esercito che s’è schierato al fianco degli Houthi.

Col suo attacco, Riyadh s’è cacciata in un vicolo cieco; di varcare il confine non se ne parla, in un territorio difficile e totalmente ostile, per truppe inesperte e demotivate sarebbe una mattanza, e già in migliaia hanno disertato per evitare di combattere nello Yemen; anche i piloti cominciano a risentire di quella campagna di massacri, e la casa reale ha pensato di ripagarli regalando Bentley dopo le missioni, e concedendo un mese di stipendio in più a tutti i militari. Ma fino a quando potrà durare?

Diversi, nei palazzi del potere, avevano cominciato a chiedersi se non fosse più conveniente cercare una soluzione negoziale ad una situazione senza uscite. Per tutta risposta, il 29 aprile, Salman Bin Abdulaziz Al-Saud, re da appena tre mesi, con una mossa senza precedenti ha rivoluzionato l’organigramma dello Stato, cacciando tutti i rappresentanti della seconda generazione dei Saud e facendo largo alla terza generazione, quella degli elementi più oltranzisti e legati all’arroganza dei propri privilegi. Anche la linea di successione è stata sconvolta, con la sostituzione del fratello Muqrin col nipote Nayef quale erede, suscitando proteste e reazioni fin’ora sconosciute in un mondo chiuso, che s’era sempre volutamente presentato all’esterno come compatto.

La sostanziale impotenza di Riyadh sta minando alla base i resti di credibilità e di prestigio d’un intero sistema già largamente compromesso; la casa reale saudita lo ha finalmente compreso e si sente mancare la terra sotto i piedi. Per questo Salman s’intestardisce con i raid terroristici, che non ottengono altro che suscitare l’odio e la resistenza d’un Popolo contro l’aggressione.

Quando Riyadh prenderà atto della sua sconfitta o, peggio, vorrà tentare il tutto per tutto in una folle invasione di terra che pagherebbe a carissimo prezzo, sarà tutto un sistema di potere, un tempo potentissimo, che ne uscirà drasticamente ridimensionato: da quel momento, l’intero Medio Oriente sarà diverso.

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