La “chirurgia” secondo Israele

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di Salvo Ardizzone

Nel sedicesimo giorno dell’operazione “Protective Edge” (Margine di Difesa), la conta ufficiale del massacro israeliano è giunta a 631 morti e oltre 4.010 feriti, ma, mentre scriviamo, altro sangue s’aggiunge allo spaventoso tributo pagato alla bestiale violenza di Tsahal. In questa vicenda, che è una vergogna per l’intera comunità internazionale, incapace d’una posizione appena equilibrata dinanzi a un’aggressione stupefacente, il livello di disinformazione e mistificazione che avvolge la dinamica dei fatti è altissimo. Lasciamo ad altri articoli spiegare le motivazioni d’un conflitto, meglio, d’una pura e semplice aggressione, e del perché Hamas, dopo un simile tributo di sangue e, prima, lo strangolamento d’un Popolo con un blocco inumano, non può lasciare che le cose tornino impunemente alla situazione precedente, senza precise garanzie che venga posta fine alla sofferenza della gente. Qui intendiamo fare un minimo di chiarezza su alcuni punti, con buona pace di “veline” e informazioni più o meno interessate.

Gaza è una striscia di terra stretta e lunga, vasta appena 360 km quadrati, su cui s’accalcano oltre 1.700mila abitanti, con una delle concentrazioni più alte al mondo (4.570 abitanti per km quadrato). Per questo motivo il concetto di attacco chirurgico, per come è generalmente inteso, è di per sé una colossale bestialità: anche un semplice Hellfire, lanciato da un drone o un elicottero, ha una testa di guerra di oltre venti libre di esplosivo ad altissimo potenziale, che ha un raggio letale di molte decine di metri, figuratevi quando vengono impiegate delle Gbu a guida laser o altre bestiole del genere, del peso di diversi quintali, capaci di far collassare edifici. La semplice verità è che il concetto di “attacco chirurgico” è stato oggetto di un’enorme mistificazione, in quanto nella realtà prevede semplicemente di aumentare il più possibile la precisione del sistema d’arma, ma non ha nulla a che vedere con gli effetti collaterali che sono funzione dell’ambiente in cui si impiega: nel deserto saranno magari nulli, perché intorno non c’è nulla, ma in una zona fortissimamente antropizzata saranno comunque devastanti, anche se ha colpito perfettamente il bersaglio.

Per tale motivo, prevedere l’utilizzo massiccio di simili sistemi a Gaza equivale semplicemente a mettere in conto già in partenza un altissimo numero di vittime civili; l’idiozia propalata da Tel Aviv di civili usati da Hamas come scudi umani, è come dire che lo sono perché hanno la disgrazia di vivere nella Striscia.
Dinanzi alla resistenza di Al-Qassam (braccio armato di Hamas), che agli occhi di Israele ha il torto di rispondere all’aggressione, e vedendo che dopo giorni e giorni d’offensiva aerea non cavava un ragno dal buco, nella notte fra il 17 e il 18 luglio ha deciso “d’intensificare le operazioni”, facendo passare il messaggio d’una invasione di Gaza con forze di terra: altra colossale menzogna. Attorno alla Striscia Israele ha operato effettivamente una considerevole concentrazione di reparti operativi fatti affluire in gran parte dal Nord e dal Centro del Paese: le Brigate meccanizzate Golani e Nahal, le Brigate corazzate 401 Impronte di Ferro e 460 Figli della Luce (si chiamano proprio così), dotate di carri Merkava IV e Veicoli da Combattimento Namer, inoltre forti concentramenti di artiglieria (con semoventi da 155 mm M109A5), forze speciali (Sayeret Egoz e Maglan) e unità del Genio. Tutte queste forze, appoggiate da elicotteri da combattimento Ah64 Apache e dagli onnipresenti F-15 ed F-16 dell’aviazione, si sono guardate bene dall’entrare a Gaza in profondità; si sono limitate a varcare la terra di nessuno (una fascia che varia da poche centinaia di metri a circa un chilometro) arrestandosi subito dopo. Da quelle posizioni hanno cominciato a tirare su tutto e tutti all’interno della Striscia.

Inutile che sottolineiamo quanto possano essere chirurgici i tiri di un semovente da 155 mm, che scaraventa un proiettile con una trentina abbondante di kg di esplosivo ad alto potenziale intasato, capace di spianare un edificio di parecchi piani alla volta (è questo che è accaduto nel quartiere Shaja’iyya, alla periferia di Gaza City, dove nel corso di un bombardamento indiscriminato, ad esempio, hanno tirato giù un palazzo in cui abitava un dirigente di Hamas, mancando lui e seppellendo sotto 27 membri della sua famiglia allargata, in maggioranza donne e bambini). Allo stesso modo, è una spudorata menzogna far passare i tiri di un cannone ad alta pressione da 120 mm di un Merkava per “chirurgici”. Quei proiettili, sparati ad altissima velocità, non solo hanno un potenziale devastante, ma possono passare da parte a parte dei palazzi prima di esplodere. Se a queste notazioni aggiungiamo l’utilizzo di missili e razzi da parte di Aviazione, elicotteri e Marina, ci sarebbe quasi da stupirsi che il bilancio non sia ancora più grave.

Dentro la Striscia Tsahal non è entrato e non ha alcuna intenzione di farlo, perché sa perfettamente che pagherebbe un prezzo altissimo, come alcune timide puntate hanno subito dimostrato; Hamas ha missili anticarro Kornet e un notevole quantitativo di Rpg 29, capaci di sventrare un Merkava come una scatoletta i primi e distruggere diversi tipi di trasporti truppe e veicoli da combattimento per la fanteria i secondi: in un ambiente urbano, le colonne corazzate non avrebbero scampo, come capitò all’allora Armata Rossa a Groznyj, nella guerra cecena. Perciò s’attesta lungo i confini e continua a sparare su ogni obiettivo segnalato da spie o più o meno attendibili informatori, tanto da là tutta la Striscia può essere tenuta sotto tiro.

Per quanto riguarda gli scontri di cui si parla a stento, e ce ne sono stati assai di più di quanto sia trapelato, avvengono perché gli elementi di Al-Qassam e delle Brigate al-Quds – l’ala militare della Jihad islamica – s’infiltrano fra le fila nemiche sul confine, ingaggiando scontri furiosi che hanno mietuto già assai più vittime di tutti gli scontri precedenti per Gaza messi insieme; a parte centinaia di feriti, si calcola che i caduti israeliani siano al momento almeno una quarantina; il comando vorrebbe celarlo per questione di “Fronte Interno”, da sempre molto “sensibile” al sangue proprio quanto insensibile a quello degli altri. Ma già, sia pur a denti stretti, e sempre preceduto da notizie giornalistiche, ha dovuto ammetterne 27; il motivo è d’altronde semplice: un Kornet che centri un carro elimina automaticamente l’intero equipaggio, come pure, un Rpg degli ultimi modelli, che colpisca in maniera corretta un veicolo blindato, mette almeno fuori combattimento la gran parte di chi è trasportato. Oltre alla determinazione, è il livello di addestramento e professionalità che è molto cresciuto fra i ranghi della resistenza palestinese.

Nella sostanza, a Tel Aviv interessa distruggere ogni infrastruttura che consenta di mantenere una parvenza di vita civile in quell’enorme prigione a cielo aperto; gli obiettivi già distrutti sono stati: la centrale elettrica, i dissalatori (laggiù non c’è praticamente acqua, figurarsi per tutta quella gente), le condotte idriche (in gran parte distrutte), le moschee (centro primario di aggregazione) e così via. Anche gli ospedali non sono stati risparmiati e due di essi risultano gravemente colpiti con morti e feriti. Al contempo viene totalmente devastato quel minimo d’agricoltura e pesca, con le loro sia pur minimali attrezzature e infrastrutture, indispensabili per la sussistenza di una comunità mantenuta sotto il blocco di Israele, con la piena complicità del presidente egiziano al-Sisi, nemico di Hamas almeno quanto Tel Aviv.

Colpendo così sanguinosamente, gli Israeliani sperano di poter piegare la volontà di resistenza di quel popolo con la semplice forza bruta. Per ottenere questo è disposto a pagare un prezzo molto alto, non solamente in vite umane: secondo numerosi report, il costo delle operazioni ha già raggiunto i 2 Mld di $, pari quasi all’1% del Pil, e fin quando la guerra dura, i danni per l’economia, in termini di distruzioni (si, malgrado rigorosamente non se ne parli, i razzi di Hamas hanno arrecato pesanti danni alle infrastrutture, con buona pace della favola di Iron Dome, che è tutt’altro che infallibile) ma soprattutto di interruzione delle attività lavorative, si calcola raggiungano il 20% della produttività. In realtà, giù nel Golfo c’è già chi ha promesso di aprire il portafoglio pur di saldare il conto con Hamas, emanazione della Fratellanza Musulmana.
In questa vicenda, quello che è semplicemente mostruoso, è il sostanziale immobilismo di un mondo che, nel migliore dei casi, si limita a girare la testa dinanzi a un Popolo che viene massacrato e a cui si distrugge ogni cosa, perché accetti di sottomettersi.

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