Kirpan: il sacro pugnale della discordia

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Il kirpan è il pugnale sacro in dotazione ai maschi indiani seguaci della religione sikh. Ha una lama ricurva di 18 centimetri ed una recente sentenza della Corte di Cassazione (n.24084 del 31/03/2017) ne ha proibito il porto in luogo pubblico. La Suprema Corte ha infatti respinto il ricorso di un indiano sikh il quale era stato condannato nel 2015 dal tribunale di Mantova al pagamento di una multa di duemila euro per essersi rifiutato di consegnare agli agenti di polizia il kirpan che aveva indosso.

Le motivazioni del rigetto del ricorso risiedono nella inammissibilità di qualsiasi deroga religiosa al rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante. Citando espressamente l’art. 2 della Costituzione i Supremi Giudici, ripongono la questione integrazione essenzialmente in capo all’immigrato, il quale deve preventivamente verificare se i valori della società che lo ospita sono compatibili ai propri, dal punto di vista religioso e sociale, nell’ottica di una fondamentale liceità dei comportamenti ad essi correlati.

La vicenda rappresenta, se non una svolta, sicuramente un elemento rilevante, destinato ad essere oggetto di lungo dibattito, per ciò che attiene alla questione della libertà di culto e dell’integrazione. Essa si inserisce puntualmente in un contesto storico e sociale caratterizzato da tensioni, scontri e pericolose recrudescenze estremistiche.

Secondo chi lo indossa il kirpan è l’indiscutibile simbolo del proprio credo religioso e, nel caso specifico, di un simbolo che rappresenta la lotta contro il male e l’ingiustizia. Secondo chi ne proibisce il porto in luogo pubblico è un oggetto pericoloso, il quale possiede tutti i requisiti previsti dalla legge italiana in tema di armi atte ad offendere. Non c’è precetto religioso che tenga. In Italia è vietato girare armati e il sikh che rivendica l’esibizione del suo amato kirpan in pubblico agendo in via legale, non solo ha sbagliato strada, ma ha sollevato un polverone che rischia di essere controproducente per lui, i suoi correligionari ed in generale, per tutte le persone interessate alla professione del proprio culto.

L’integrazione non dovrebbe mai, in nessun modo, contemplare la sopportazione, ma la realtà ci sta dicendo altro. Ci dice che la sopportazione si sta addirittura tramutando in insofferenza e le trasformazioni sociali in atto stanno risentendo pesantemente di questa atmosfera.

C’è una sorta di bipolarismo che disorienta, in quanto ci si trova a doversi confrontare con spinte di coscienza civica e solidale sempre più consapevoli e derive xenofobiche estreme le quali hanno contaminato pure sacche di realtà sociale, da sempre indifferenti al problema. C’è chi sostiene pure che lo spirito di accoglienza di certe istituzioni ed operatori non governativi non sia affatto disinteressato. Dall’altro lato chi voleva integrarsi ci è riuscito benissimo e contribuisce allo sviluppo economico e demografico dell’Italia. Chi invece è entrato con delle riserve o dei pregiudizi verso il modo occidentale di vedere la vita, lo svago, il lavoro, la fede, queste riserve le ha tenute con se e, a volte, radicalizzate.

I popoli sono da sempre stati in movimento, pronti a mischiarsi e a mutare nei secoli. Ma hanno sempre dovuto fare i conti con le frontiere. L’uomo ha sempre dovuto crearsi il proprio recinto e barricarcisi dentro. Ha scritto le proprie leggi, ha stampato le proprie monete con le facce delle celebrità più gradite ed ha anche inventato le proprie divinità le quali, in quanto esseri superiori, sono state in grado di volare attraverso questi puerili confini e riunire sotto i propri simboli le genti di ogni dove. Ma le frontiere esistono soprattutto perché le abbiamo dentro e sono tante e dure da abbattere.

Così la sentenza della Corte di Cassazione finisce per rappresentare un paletto all’interno del recinto chiamato Italia, a sua volta inserito nel recinto chiamato Europa, nella quale i giudici hanno stabilito che nessuna libertà religiosa potrà arrivare fino al punto da essere considerata deroga alla laicità ed alla democrazia.

Purtroppo però gli estremismi e la crudeltà sono ciechi ai paletti, sono sempre in agguato e sono abituati a parlare il linguaggio del terrore. Ad ogni latitudine. E non c’è recinto che vi possa porre un argine.

di Massimo Caruso

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