Jeremy Corbyn, la spina nel fianco per il Regno Unito

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di Salvo Ardizzone

Jeremy Corbyn, 66 anni, pacifista, antimonarchico e repubblicano, nettamente contrario all’Europa liberista, socialista da sempre, è il nuovo leader del Labour Party, succedendo a Ed Miliband, dimessosi dopo la sconfitta elettorale di maggio.

Allora s’era detto che s’era spostato troppo a sinistra, adesso, i sostenitori del Partito, con una votazione plebiscitaria che ha relegato ai margini i tre sfidanti, copie sbiadite di Blair & C., hanno voluto Corbyn per leader, dicendo basta a un Labour fasullo.

Quando a giugno è sceso in campo a malincuore, per rappresentare i valori della Sinistra, nessuno puntava su di lui e gli scommettitori lo davano 200 a 1. E invece ha sbancato con parole d’ordine semplici: equità, giustizia sociale, lotta alla povertà “che non è giusta né inevitabile”, “basta con livelli grotteschi di diseguaglianza”.

Quello che è avvenuto è un cambiamento radicale, che muta la pelle di un Partito persosi negli anni ’90 dietro la cosiddetta “modernizzazione” di Tony Blair. Il popolo della Sinistra ha ascoltato Corbyn, ha trovato chi parlava la sua lingua e agitava valori che parevano perduti e ha scelto di tornare a partecipare con entusiasmo, invece di continuare a tacere in disparte. Hanno seguito chi ha detto basta all’innaturale omologazione alle imprese dell’Imperialismo Usa; alla sudditanza dinanzi alla City ed alla finanza più rapace; allo smantellamento del welfare.

È una svolta che presuppone una forte caratterizzazione: per dirla ancora con Corbyn: “Altrimenti destra e sinistra sono uguali”. E lui, a differenza di tante altre meteore politiche emerse in questi anni di crisi suscitando ondate di speranze, ha dimostrato sempre coerenza, bastino a dimostrarlo le oltre 500 volte che ha votato in Parlamento contro le indicazioni del Partito: no alla guerra in Iraq, no alle privatizzazioni, no allo smantellamento dello Stato sociale e così via.

I guru che non cessano di rimpiangere l’epoca di Blair, hanno tuonato per tutta la campagna pronosticando che avrebbe portato il Labour al disastro, ma non sono stati ascoltati neanche quando hanno provato a demonizzarlo.

Certo, Corbyn è un eretico per l’establishment inglese: sostiene che per risolvere le crisi in Medio Oriente occorra dialogare anche con Hamas ed Hezbollah; al culmine dei “troubles” in Nord Irlanda volle incontrare Jerry Adams, capo del Sinn Féin. E poi, nel suo programma, dice basta alle privatizzazioni selvagge e propone di “riscoprire il valore della proprietà pubblica nei settori chiave dell’economia. Quanto basta per far venire le convulsioni alla City.

E non è finita: sostiene da sempre l’uscita dalla Nato, è per la distensione con la Russia di Putin e per l’accantonamento delle armi nucleari; quanto all’Europa, è contrario ad una Ue che parli solo di austerità e di finanza. Sull’economia, ha proposto dieci punti, ricevendo l’appoggio di decine di economisti; la sostanza è semplice come il resto del programma: basta tagli alla spesa pubblica, basta privilegi e più tasse per ricchi, banche e istituzioni finanziarie, e poi la proposta che la Banca d’Inghilterra stampi moneta per finanziare infrastrutture e occupazione, secondo il concetto che “i Governi devono far si che l’economia porti benefici all’intera comunità e riduca le diseguaglianze”.

È ovvio che la prima reazione del Governo, per bocca del ministro della Difesa Fallon, sia stato dichiarare che: “Corbyn è una minaccia per la sicurezza del Regno Unito”.

Intendiamoci: un conto è che Corbyn ridia al Labour l’anima perduta nell’abbraccio innaturale col liberismo; un altro è che riesca a condurlo alla vittoria in un Regno Unito in cui è la City e la finanza internazionale a dettare legge. A non parlare dell’intenzione di uscire dalla Nato. Sarà difficile, difficilissimo che possa accadere.

Tuttavia, fra tanto dilagare di ottuso populismo, è comunque un segno di grande valore che con una votazione di massa, a capo del Labour sia stato designato in modo netto non un personaggio mediatico, il solito pifferaio che cavalca il consenso carezzando la “pancia” della gente, ma un uomo con valori antichi. Sperimentati in decenni di coerente militanza.

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