Israele: destino di un Paese “costretto” ad aggredire

Israele
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Israele ha sempre gridato ai quattro venti d’essere un Paese minacciato. Per questo ha ufficialmente e sfacciatamente sostenuto, nell’incredibile acquiescenza generale, di riservarsi la possibilità di colpire per primo, che, tradotto in pratica, significa d’aggredire militarmente ogni volta che dovesse ritenere (lui!) d’essere minacciato. In termini concreti, usare liberamente la forza quando pensa che i suoi interessi possano essere in qualche modo insidiati. E badate, non si tratta di generiche direttive politiche, ma della dottrina militare adottata, in base alla quale si formulano piani strategici, si definiscono le acquisizioni di materiale militare e si programmano le azioni sul campo (leggi le aggressioni).

La minaccia come pretesto

A giustificazione di questo, aveva sostenuto per decenni d’essere circondato da Paesi Arabi ostili, e che la minaccia che lo circondava metteva a rischio la sua esistenza. Di qui il continuo potenziamento di Tsahal (Israel Defence Force, Ildf), che era aumentato vertiginosamente dopo la batosta dello Yom Kippur nel ’73, quando aveva pagato a caro prezzo l’essersi cullato nel sogno del suo strapotere.

Ma nel marzo del ’79, quando vennero siglati gli accordi di pace con l’Egitto, anche questo alibi venne a cadere. Così i vertici militari andarono in cerca di un’altra giustificazione teorica, e s’inventarono la dottrina dei “cerchi concentrici”, la quale nel primo cerchio metteva i Paesi confinanti (trattati di pace o no, chi se ne importa): Egitto, Giordania, Siria e Libano. Nel secondo metteva i Paesi potenzialmente ostili, ma separati da Israele da uno Stato cuscinetto, tipo Libia ed Iraq. Nel terzo cerchio quelli separati da almeno due stati cuscinetto, e qui è chiaro che parlava dell’Iran.

Prima di commentare questo delirio, ci domandiamo cosa dovrebbe fare un Paese, a questo punto non solo dell’area, ma di mezzo mondo, per non essere incluso nelle possibili “attenzioni” di Tsahal. Comunque sia, questa dottrina è un preciso programma di proiezione di forza, in base al quale uno stato ha scelto deliberatamente di impiegare lo strumento militare, pianificando l’uso delle armi quale naturale strumento politico.

E badate, malgrado siano trascorsi 40 anni, Tsahal ci racconta che “esiste una crescente possibilità che il prossimo conflitto avvenga su più fronti simultaneamente”! E visto com’è la realtà nei Paesi confinati, non bisogna essere specialisti di geopolitica per comprendere che è l’ennesima, e sempre più sfacciata, enunciazione del principio di libera aggressione su chiunque.

Ma non sono più i tempi del Kippur, quando a fronteggiarsi erano eserciti sul campo; ora Israele percepisce come pericolo più immediato quello proveniente dalle minacce “asimmetriche”, e per questo per lui più insidiose perché non può schiacciarle col semplice strapotere della forza bruta. Anche con la sua inguaribile arroganza l’ha compreso, dopo le terribili lezioni in Libano e le avvisaglie a Gaza.

Così sta riprogrammando il suo strumento militare, più piccolo, ma più basato su militari attivi e assai meno sulla riserva, che ha dato pessime prove nelle ultime esperienze in terra libanese; e visto che il suo “materiale umano” è scaduto paurosamente negli ultimi trent’anni, punterà a migliorare la dotazione dei mezzi, radiando quelli più vecchi. Al momento l’Esercito conta su circa 120mila uomini, con un nucleo operativo di quattro brigate corazzate, quattro meccanizzate, una di paracadutisti e tre di artiglieria immediatamente disponibili (oltre alle altre da mobilitare al caso), equipaggiate per lo più con Merkava Mk IV (carri da battalia o Mbt nella dizione militare corrente) e Namer o Achazrit (veicoli da combattimento per la fanteria o Ifv/Apc).

Entro alcuni anni, la maggior parte dello sterminato parco di corazzati più anziani (Merkava di modelli precedenti o addirittura M60) verrà radiata, come le migliaia di vecchi trasporti truppe (Vtt) rimodernati, che venivano assegnati a reparti della riserva, e che hanno dimostrato dubbie capacità operative. Lo stesso avverrà per i reparti dell’Artiglieria e del Genio.

L’Aviazione (Iaf, Israelian Air Force), con oltre 35mila militari, è stata sempre la più curata e racchiude quella componente balistico-nucleare di cui parleremo a parte, oltre alla difesa anti-missile/anti-razzo. È  costituita da una linea di volo di circa 300 velivoli, esclusivamente F-15, F-16 ed F-35 Jsf delle ultime generazioni ed implementati secondo le specifiche esigenze israeliane. Per lo Strike (l’attacco, secondo i dettami della dottrina dei cerchi), ci pensano gli F-16 I e gli F-15 I, supportati dai tanker per rifornimento aereo del programma Green Salad.

La Difesa di Israele

La difesa da missili e razzi, per Israele un’ossessione, è affidata a quel sistema Iron Dome, a cui è stato chiesto quel che non poteva dare. Intercettare un razzo che sta in aria per pochi secondi e che costa qualche centinaio di dollari, con missili che ne costano circa 75mila l’uno e sistemi che ne costano infinitamente più è semplice follia. Lo affermava anche un articolo del quotidiano Maaretz, che, conti alla mano, dimostrava che dispiegare missili e sistemi di lancio a sufficienza per coprire la Galilea dagli attacchi di Hezbollah, avrebbe portato lo stato alla bancarotta e mantenuto gli israeliani nei rifugi.

La Marina è sempre stata la cenerentola di Tsahal, e per ovvie ragioni, ma adesso le cose son cambiate, e per due ragioni. Nel Mediterraneo Orientale, a sud est di Cipro, è stata accertata la presenza di gas e petrolio, e si prospettano complicazioni a non finire col vicino Libano, con l’Egitto, con Cipro e con la Turchia. Così è in programma di potenziare le magre dotazioni della Marina, fin’ora mezzi leggeri e qualche sommergibile. Ma c’è un’altra ragione che spinge Israele a farlo e tutta strategica, che si collega all’ultimo, ma più importante, tassello dell’arsenale di Tsahal: quello nucleare.

Israele e la minaccia nucleare

Francamente fa ridere amaro che il Paese che più forte strilla per l’improbabile storia dell’atomica iraniana, sia quello che si calcola abbia circa 200 testate nucleari, e che, come al solito, non si faccia scrupolo alcuno a buttarle sul tavolo, come quando, nel settembre del 2012, l’allora Presidente Shimon Perez, fra l’altro padre di quel programma nucleare, dichiarò minaccioso: “Suggeriamo ai nostri nemici di non sottovalutare le nostre capacità militari, siano esse visibili che dissimulate”, e il contesto del discorso non lasciava dubbi.

Il fatto spaventosamente grave per tutto il mondo, e tranquillamente passato sotto silenzio dai media, è che un Paese, che afferma spudoratamente essere suo diritto aggredire chi creda, possegga un arsenale superiore a quello della Gran Bretagna, storica potenza nucleare. Non solo! È in possesso della cosiddetta “triade nucleare”, che secondo dottrina dà la possibilità di una “second strike capability” come le maggiori potenze. Che significa? Che il suo arsenale prevede possibilità d’attacco con missili balistici, aerei e sommergibili.

Infatti, le forze “strategiche” di Israele sono costituite da tre squadroni di missili balistici mobili con una cinquantina di Jericho II, IIB e III, con una portata di 1.400, 2mila e 7mila km, ed è in sviluppo una versione con gittata oltre i 10mila km (ma per colpite chi?! Se questa non è pura paranoia!…). L’Aviazione, dal canto suo, dispone di una componente di strike nucleare profondo capace d’attaccare a lungo raggio (vedi Iran o chissà chi!). Infine la Marina dispone di missili da crociera di fabbricazione israeliana Popeye Turbo Slcm, che possono essere lanciati dai sommergibili tedeschi classe Dolphin. Ad Haifa è stata costruita una base specializzata per la gestione delle armi nucleari.

Apriamo una breve parentesi, per quanto riguarda i Dolphin, sapete che i costi per la costruzione dei primi due sono stati interamente a carico della Germania, del terzo e quarto per la metà e del quinto per un terzo? Chissà perché…).

Ciò che c’indigna e ci spaventa in tutto questo, è l’arroganza, il senso d’assoluta impunità e la discrezionalità totale con cui lo stato che ha a disposizione mezzi simili, pensa di poter agire a suo piacimento, e più ancora lo spudorato cinismo e la completa irresponsabilità della sua classe dirigente. E l’indifferenza di buona parte del mondo.

di Salvo Ardizzone

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