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Iran non aspetterà il primo colpo

Iran – La nomina di nuovi comandanti militari da parte dell’Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, Guida Suprema della Rivoluzione Islamica e Comandante in Capo, ha trasformato la dottrina di difesa del Paese da difensiva ad attiva.

I decreti emanati dall’Ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei, hanno completato il processo di successione per i comandanti caduti in servizio e hanno segnato una nuova strategia volta a punire gli aggressori.
Questa strategia è il frutto dell’esperienza di due guerre imposte – le aggressioni terroristiche dei 12 e dei 40 giorni – e delle ripetute violazioni della fiducia da parte degli Stati Uniti e del regime sionista, un nemico che ha dimostrato di non aderire né alle regole etiche, né agli accordi che esso stesso ha sottoscritto. In tali circostanze, la pazienza strategica potrebbe essere interpretata come debolezza e spianare la strada a ulteriori aggressioni. Come disse una volta la Guida Suprema: “L’era del ‘colpisci e spera’ è finita”.

Iran oltre la deterrenza

La dottrina di difesa iraniana degli ultimi quattro decenni si è basata sulla deterrenza attraverso la potenza reattiva, o “capacità di secondo attacco”, facendo affidamento sulla capacità e sulla volontà di fornire una risposta proporzionata dopo un attacco nemico. Quanto accaduto l’11 agosto è andato oltre la semplice conferma di questo principio. L’Iran ha sperimentato quattro paradigmi militari: la potenza reattiva dal periodo Qajar fino al 1969; la potenza attiva dipendente a partire dal sistema dei due pilastri di Nixon.

La dottrina del 1969; la capacità di secondo attacco dal 1979 al 2025; e ora la capacità di primo attacco. Secondo il nuovo paradigma, l’Iran non aspetta un attacco, ma risponde preventivamente non appena viene identificata una minaccia.

Un esempio concreto è stato il recente attacco iraniano contro quattro siti militari statunitensi nella base aerea di Azraq, in Giordania, e contro un centro di comando e controllo. L’attacco ha dimostrato che Teheran non aspetta più che le forze americane si radunino e lancino le operazioni, ma reagisce non appena vengono rilevati preparativi di aggressione.

Secondo questa dottrina, se l’America fa un passo verso l’escalation, l’Iran ne farà due. Questo cambiamento affonda le sue radici nell’esperienza delle guerre recenti. Il nemico ha dimostrato, durante le guerre dei 12 e dei 40 giorni, di non rispettare né i cessate il fuoco, né le norme umanitarie. In tali condizioni, solo punire l’aggressore può dissuadere ulteriori aggressioni.

Cambiamenti radicali

Le nomine hanno portato a una trasformazione fondamentale: l’integrazione dello Stato Maggiore e del Comando Khatam al-Anbiya sotto un unico comandante.
Il generale di divisione Ali Abdollahi, già comandante del quartier generale di Khatam al-Anbiya, è stato nominato capo di stato maggiore, mantenendo al contempo la sua posizione, con il compito di completare l’integrazione. La decisione risponde alle lacune gestionali emerse durante la guerra dei dodici giorni, quando la separazione tra la definizione delle politiche e le operazioni ha talvolta causato ritardi; il comando unificato mira a consentire risposte più rapide e coordinate. Ciascuno dei sei nuovi comandanti simboleggia una caratteristica strategica.

I nuovi comandanti

Il generale di divisione Ali Abdollahi, capo di stato maggiore, in precedenza vice del generale Mousavi, caduto in battaglia, ha gestito il quartier generale durante la guerra dei dodici giorni. Tra le sue missioni figurano il rafforzamento della prontezza difensiva, la risposta alle minacce tradizionali e moderne, comprese la guerra cognitiva e ibrida, e il completamento dell’integrazione con Khatam al-Anbiya.

Il generale di brigata Kioumars Heydari, vice capo di stato maggiore, in precedenza ha comandato le forze terrestri dell’esercito. La sua missione è quella di equipaggiare le forze di terra, aumentare la prontezza al combattimento e sviluppare capacità difensive e di sicurezza.

Il generale Ahmad Vahidi, comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie, è succeduto al martire Muhammad Pakpour e gli è stato affidato il compito di garantire “la massima deterrenza e una prontezza strategica per operazioni offensive di forza contro il nemico”, una chiara espressione del passaggio a un approccio offensivo.
Il generale di divisione Mostafa Izadi, vice comandante in capo delle Guardie Rivoluzionarie, è responsabile della prontezza organizzativa e dell’assegnazione dei ruoli secondo le direttive del comandante in capo.
Il contrammiraglio Ali Ozamaei, comandante della Marina delle Guardie Rivoluzionarie, assume il comando dello Stretto di Hormuz, con responsabilità per l’equipaggiamento, l’addestramento e il coordinamento con la Marina dell’Esercito.

Hussein Taeb, nominato capo delle forze Basij, vanta una vasta esperienza alla guida dell’apparato di intelligence del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La sua missione è quella di restituire alle Basij la loro essenza originaria di forza di Resistenza. Lo slogan “Ogni iraniano è un Basij” riflette la tendenza verso una sicurezza basata sulla cittadinanza.

Trasformazione strategica per l’Iran

Queste nomine non rappresentano un semplice cambiamento amministrativo, ma l’annuncio formale di una trasformazione strategica. L’Iran è passato da una deterrenza difensiva basata sulla pazienza strategica e sulla risposta reciproca, a una deterrenza offensiva fondata sulla punizione dell’aggressore e sugli attacchi preventivi.

I nemici dell’Iran devono ormai accettare questa realtà: qualsiasi avventura militare è destinata alla sconfitta e l’aggressore sarà perseguitato fino alla punizione e al pentimento. Questa è la vera deterrenza, ottenuta attraverso l’autorità operativa.

di Redazione

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