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In Tibet la pace tarda ad arrivare

di Redazione

Lo scorso 12 agosto, in Tibet, nel piccolo villaggio di Shukpa, la polizia ha sparato sulla folla che protestava per l’arresto di un attivista, che il giorno prima aveva contestato le molestie subite dalle donne della comunità da parte dei funzionari cinesi. Nella sparatoria indiscriminata ci sono stati almeno dieci feriti; al termine gli agenti, senza preoccuparsi minimamente dei feriti, hanno rastrellato tutti i maschi del villaggio dai 12 (!) anni in su, circa 200, portandoli in carcere. Uno di essi è morto in cella, a Lochung, e un altro s’è suicidato per protestare contro un simile trattamento disumano. 

La tragedia del Tibet, o, come viene chiamato ora ufficialmente, della Regione Autonoma del Tibet, risale al 1950 quando fu invaso dalla Cina e sottoposto a un regime brutale, con deportazioni e carcerazioni di massa, repressione di ogni dissenso, persecuzioni religiose e la distruzione di moltissimi monasteri per sradicarne la cultura e le tradizioni. Diverse volte sono scoppiate le rivolte di un Popolo che non intendeva abbandonare le proprie radici, ma sono state tutte represse nel sangue, specie fra il ’57 e il ’59 e, dopo, durante il periodo della rivoluzione culturale cinese.

Anche ora Pechino non intende allentare la presa su quella regione remota, che considera importante per la sua posizione strategica, ed esercita un controllo brutale quanto vessatorio tramite una polizia corrotta e in combutta coi funzionari e i quadri locali del Partito. La politica è quella di spezzare lo spirito di quel Popolo anche attraverso un’immigrazione di massa di elementi cinesi, tale da far divenire i tibetani una minoranza, secondo la ricetta già provata nel vicino Xinjiang con gli Uiguri. Per i Tibetani, parole come autodeterminazione, libertà o giustizia sono da troppi anni parole prive di significato.

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