In Italia c’è troppo “grasso che cola”, ma a pagare sono sempre gli ultimi

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di Salvo Ardizzone

Il 3 settembre, il Ministro Marianna Madia, con una disinvolta arroganza pari solo all’assoluta inadeguatezza, rimangiando mesi di contatti, trattative e rassicurazioni, ha dichiarato a freddo che il blocco degli stipendi degli statali (praticamente in atto dal 2010) si protrarrà per tutto il 2015, suscitando un vespaio colossale; il motivo addotto è che soldi non ce ne sono, ma il nocciolo della questione è un altro. 

Da molto tempo il Governo ha strillato sugli sprechi della Pubblica Amministrazione che vanno tagliati, e da ultimo lo stesso Premier, nel pieno della bufera suscitata, ha tuonato contro “il grasso che cola” nel comparto pubblico; a parole, ma nei fatti l’Esecutivo, come tutti gli altri che l’hanno preceduto, malgrado la voce grossa s’è dimostrato debole e incapace di tagliare dove si deve (suscitando fra l’altro l’ira di Cottarelli, intenzionato ad andarsene a breve sbattendo la porta).

Il fatto è che l’Italia, e l’abbiamo detto sempre, è governata nei fatti da un inestricabile groviglio di lobby piccole e grandi, ognuna delle quali ammanigliata con gli alti gradi della burocrazia, del credito, delle aziende di Stato, dei sindacati e così via, in una sorta di cupola composita e onnipotente quanto autoreferenziale. Ognuna di esse, negli anni, strappando la sua fetta di privilegi, s’è creata la sua comoda nicchia dove ingrassa a dispetto della crisi del Sistema Italia nel suo complesso. 

Incidere lì è difficilissimo, si tratta di vincere resistenze fortissime, capaci, anche tecnicamente, di paralizzare tutto; servirebbero idee chiare ed alte competenze, e poi forza e volontà di tirare dritto senza il timore di suscitare le inviperite reazioni di chi si vedrebbe tagliate rendite che ormai ritiene sacrosante, esattamente tutto quello che manca ad un Governo che, nell’insieme, di competenze ne ha davvero poche ed è nato per galleggiare sul consenso. Così, non essendo in grado di scegliere, va giù su tutti indiscriminatamente e blocca gli stipendi degli statali senza fare alcuna distinzione fra situazione e situazione, agitando la ridicola foglia di fico dello stucchevole “bonus” da 80 euro come panacea di tutti i mali. 

Intendiamoci, che la Pubblica Amministrazione sia un carrozzone gestito come peggio non si potrebbe con regole assurde è un fatto anche troppo noto, come pure che fra i circa tre milioni di dipendenti (il numero esatto è difficile calcolarlo esattamente) ce ne siano molti, diremmo davvero troppi, che tutto fanno fuorché il proprio lavoro; ma non è questo il punto, il punto è che una pletorica amministrazione, organizzata male e gestita peggio, con enormi squilibri retributivi e in cui il concetto del merito è una bestemmia, ma che tuttavia svolge compiti essenziali, avrebbe più che mai bisogno d’interventi che operino scelte fra una situazione e l’altra; appunto quello che il Governo, malgrado i proclami, non sa fare. 

Nella tempesta di proteste successive all’annuncio del blocco, quella che di gran lunga ha fatto più scalpore è stata la reazione del comparto sicurezza; il giorno successivo, i Sindacati delle Forze di Polizia e i Cocer delle Forze Armate, con un atto che semplicemente non ha precedenti, hanno emesso un documento durissimo in cui, fra l’altro, oltre ad invitare alle dimissioni i vertici amministrativi, militari e politici, incapaci di rappresentare nelle sedi opportune la loro situazione, minacciavano varie forme di protesta, fra cui addirittura uno sciopero generale del comparto, se non saranno riconosciuti i loro diritti da anni trascurati. 

Noi non siamo stati mai teneri con Polizia, Carabinieri e affini, hanno un ruolo troppo delicato che alle volte viene travalicato (e in quel caso, chi ha da pagare paghi fino in fondo), ma alcune considerazioni vanno fatte; primo: c’è un’enorme differenza fra chi sta sulla strada, con turni spesso massacranti e correndo rischi non indifferenti, per circa 1.300 euro al mese, e chi (funzionari e ufficiali di vario grado) sta dietro una scrivania con stipendi di tutt’altra levatura e tutt’altra gestione del potere; è dei primi, che poi sono la massa, che ci vogliamo occupare, perché i secondi, dello sfascio del comparto sicurezza sono toccati assai meno. 

Secondo; è la situazione generale del comparto ad essere critica: regolamenti ipocriti quanto insulsi, impiego del personale che definire inefficiente è poco, materiali obsoleti quando non cascano a pezzi, scarso turn over (con conseguente invecchiamento della media degli operatori), carenza cronica di fondi per l’addestramento e l’aggiornamento. E questa è solo una parte dei problemi di chi, troppo spesso, sente d’essere mandato allo sbaraglio da troppi dirigenti e comandanti occupati solo a far carriera, ma pronti a prendersi i meriti per sé quando va bene e a crocifiggere se scappa la grana.  

Terzo: cinque forze di polizia (Polizia, Penitenziaria, Carabinieri, Guardia di Finanza e Forestale) sono un unico fra le Nazioni occidentali, un lusso dispendioso che invece di produrre sicurezza genera duplicazioni e sprechi per il solo fatto di esistere, ma garantisce un’enormità di comandi, scrivanie, lauti stipendi e potere alle gerarchie. Con oltre 300mila addetti, vantiamo di gran lunga il più alto rapporto fra cittadini e operatori, senza che questo si traduca in un corrispondente primato nella sicurezza e nel controllo del territorio. 

Ciò detto, è un’insopportabile ipocrisia quella di un Governo che, invece di riconoscere la delicatezza e la specificità di un comparto da tempo in crisi, intervenendo sulle criticità più manifeste in attesa di un necessario riordino complessivo, sceglie di non scegliere, facendo di tutte le erbe un fascio. Sceglie di fare facile cassa sulle spalle di chi, per le stellette, avrebbe più difficoltà a protestare, e fra questi, nella sostanza, finisce per penalizzare di più chi si trova peggio e corre i rischi maggiori. 

È l’ennesima dimostrazione del fallimento di un’Amministrazione che sa lanciare solo annunci vuoti, ma non prova neppure ad affrontare i problemi veri.

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