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L’illusione della sacralizzazione religiosa della guerra statunitense contro l’Iran (Una critica teologica)

Nel discorso di alcuni politici statunitensi, specialmente ai massimi livelli decisionali, si osserva una chiara tendenza a utilizzare il linguaggio e i concetti religiosi per giustificare azioni militari aggressive. Questo discorso, avvalendosi di concetti quali “missione morale”, “difesa dei valori divini” e “lotta contro il male”, tenta di elevare la guerra da atto politico a livello sacro. In tale cornice, la guerra non viene rappresentata come una scelta criticabile, bensì come una necessità morale e persino divina; un approccio che, implicitamente, limita ogni possibilità di valutazione critica.

Secondo i rapporti pubblicati, nell’ambiente politico vicino all’amministrazione di Donald Trump, alcune dichiarazioni sono state formulate in modo da dipingere la guerra contro l’Iran nel quadro del contrasto tra “bene e male” o tra “l’ordine desiderato e le forze che lo minacciano” (Reuters, 2026). Inoltre, le analisi mediatiche indicano che, tra alcune correnti cristiane evangeliche, questa contrapposizione è legata a interpretazioni specifiche delle Sacre Scritture e persino a scenari apocalittici (The Guardian, 2026). Questo tipo di rappresentazione, dal punto di vista della filosofia politica, è considerato una forma di “sacralizzazione della politica”, in cui il confine tra l’ordine divino e la volontà umana viene sfumato.

In contrapposizione a questo discorso, la posizione di Papa Leone XIV assume un’importanza particolare poiché, in quanto massima autorità della Chiesa Cattolica, egli parla non solo da una prospettiva religiosa, ma anche dal punto di vista dell’etica globale. Nel suo discorso durante la celebrazione della Domenica delle Palme, ha dichiarato esplicitamente: “Dio non accetta le preghiere di coloro che scatenano guerre; le loro mani sono macchiate di sangue” (Reuters, 2026). Tale affermazione nega chiaramente ogni legame tra la preghiera — intesa come atto religioso — e la guerra — intesa come azione violenta.

Inoltre, egli ha ribadito che “Dio è il Dio della pace, non della guerra”, avvertendo che l’uso del nome di Dio per giustificare la violenza costituisce una distorsione della religione (Washington Post, 2026). Questa posizione rappresenta, di fatto, un ritorno all’essenza degli insegnamenti cristiani, in cui la pace non è una scelta secondaria, ma un principio fondamentale. In questo contesto, il Papa precisa che la vera preghiera non può essere al servizio della violenza, poiché la preghiera, nella sua essenza, è un invito alla riconciliazione, al perdono e alla ricostituzione dei rapporti umani.

Questa visione affonda le radici in una profonda tradizione teologica. Nei Vangeli, Gesù non solo rifiuta la violenza, ma insiste sull’amore e sul perdono anche verso il nemico. Il comando di “amare i propri nemici” (Matteo 5:44) dimostra che il cristianesimo sfida la violenza non solo nell’azione, ma anche a livello di intenzione e attitudine. Pertanto, ogni tentativo di legittimare la guerra, specialmente quella di aggressione, entra in conflitto con la struttura interna di questi insegnamenti.

Dal punto di vista teorico, questa contrapposizione può essere analizzata nel quadro della critica alla “teologia politica”. Quando la politica parla il linguaggio della religione, esiste il rischio che la religione diventi uno strumento per il consolidamento del potere. In questa situazione, i concetti religiosi vengono svuotati del loro significato originale e posti al servizio di obiettivi politici. Le parole del Papa si pongono esattamente in contrasto con questa tendenza; egli, distinguendo chiaramente tra fede e violenza, cerca di salvare la religione da questo tipo di strumentalizzazione.

La critica logica a questo discorso può essere formulata su più livelli. In primo luogo, attribuire la guerra alla volontà divina è, da un punto di vista epistemologico, privo di criteri oggettivi e somiglia più a una pretesa non verificabile. In secondo luogo, tale pretesa è in conflitto con i testi e la tradizione cristiana, poiché in questa tradizione la violenza non è accettata come strumento per realizzare obiettivi religiosi. In terzo luogo, questo approccio indebolisce la responsabilità morale poiché, attribuendo le azioni umane a Dio, riduce la possibilità di chiederne conto (accountability).

Persino nel quadro della teoria della “guerra giusta” nella teologia cristiana — formulata da pensatori come Agostino e Tommaso d’Aquino — la guerra è ipotizzabile solo in condizioni estremamente limitate e con vincoli rigorosi. Tali condizioni includono la legittima difesa, l’estrema necessità e il rispetto della proporzionalità nell’uso della forza. Secondo la valutazione di alcune autorità ecclesiastiche, una guerra contro l’Iran non è compatibile con questi criteri (The Guardian, 2026). Pertanto, anche in un quadro che ammette limitatamente la possibilità della guerra, questo conflitto non è giustificabile.

Sotto il profilo etico e umano, la sacralizzazione della guerra ha conseguenze profonde. Questo approccio può portare alla normalizzazione della violenza e dell’aggressione, all’inasprimento delle fratture religiose e all’indebolimento dei parametri etici globali. Quando la guerra viene condotta in nome di Dio, non solo le sue vittime — che sono spesso civili e bambini — vengono ignorate, ma lo stesso concetto di religione viene danneggiato.

In conclusione, si può affermare che la posizione di Papa Leone XIV non è solo una reazione a una specifica situazione politica, ma una difesa di principio del corretto rapporto tra religione ed etica. Questa posizione, enfatizzando la pace, la dignità umana e la responsabilità morale, dimostra che la religione, se correttamente intesa, non è uno strumento di giustificazione bellica, bensì una forza per arginarla.

Sintetizzando la questione, emerge con maggiore chiarezza non solo il conflitto tra due letture della religione, ma il conflitto tra “l’essenza della religione” e la “strumentalizzazione della religione”. L’illusione della sacralizzazione della guerra è un tentativo di presentare azioni umane violente, specialmente guerre di aggressione, sotto una veste sacra per sottrarle alla critica morale. Al contrario, ricorrendo ai fondamenti delle religioni monoteiste — e in particolare alla tradizione cristiana — si può chiaramente dimostrare che tale associazione non solo è errata, ma è l’opposto della verità.

Nel cristianesimo, il messaggio centrale di Gesù è la pace, l’amore e la salvaguardia della dignità umana. Insegnamenti come l’amore per il nemico, il perdono e l’astensione dalla violenza non sono raccomandazioni marginali, ma principi cardine. Pertanto, ogni guerra di aggressione, specialmente quando accompagnata dall’uccisione di innocenti — e in particolare di bambini — non solo non ha alcuna giustificazione religiosa, ma è direttamente in contrasto con lo spirito e la verità di questi insegnamenti. Una religione che considera l’essere umano portatore di dignità divina non può legittimarne il massacro, men che meno sotto forma di guerra preventiva o di aggressione.

Questo principio non è limitato al cristianesimo, ma risiede nella totalità delle religioni divine sotto forma di una sacralità fondamentale verso la vita umana. In questo quadro, la guerra — qualora contemplata in circostanze eccezionali e limitate — è sempre stata accompagnata da rigorosi vincoli etici e mai accettata come strumento ordinario della politica o mezzo per il raggiungimento di scopi di potere. Di conseguenza, trasformare la guerra in una “missione religiosa” e attribuirla alla volontà divina è, in realtà, una forma di inversione del significato della religione e una giustificazione vana e inaccettabile dell’aggressione verso altri Paesi.

Dal punto di vista etico, nessun quadro religioso valido può avallare l’uccisione di civili, la distruzione di territori e la creazione di sofferenze umane diffuse. Specialmente riguardo ai bambini — simboli di innocenza e vulnerabilità — ogni forma di violenza non è solo moralmente condannabile, ma è segno del collasso dei parametri umani. In questo senso, la difesa della pace non è meramente una posizione politica o emotiva, ma affonda le radici negli strati più profondi della fede religiosa. Pertanto, ciò che si osserva nel discorso della sacralizzazione della guerra non è un’interpretazione della religione, bensì un allontanamento da essa. Questo discorso, legando la religione al potere, la svuota della sua funzione autentica: guidare, correggere e limitare la violenza. Al contrario, l’approccio che pone la religione contro la guerra e l’aggressione rimane fedele alla sua essenza.

Infine, si può affermare che il problema principale non è una divergenza politica, ma una divergenza nella comprensione della verità religiosa. Una religione correttamente intesa non solo non avalla la guerra di aggressione e l’uccisione di innocenti, ma si pone in lotta contro di esse, chiamando l’uomo alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia della vita. In questo senso, la difesa della pace non è un allontanamento dalla religione, ma un ritorno alla sua verità. Naturalmente, l’esperienza ha dimostrato che i governanti statunitensi spesso non credono profondamente agli insegnamenti religiosi ed etici, in particolare a quelli cristiani; pertanto, ricorrono a concetti religiosi sacri solo per giustificare e persuadere il popolo a sostenere le loro brutali aggressioni contro altri paesi, al fine di attuare le proprie decisioni disumane e irragionevoli sotto una veste religiosa, insistendo sulla loro visione fallace.

Dr. Mohammad Hossein Mokhtari Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Santa Sede

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