Il Parlamento è sparito, sostituito dai think tank

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Se la politica italiana risulta poco energica nell’affrontare i problemi urgenti del Paese, la realtà è ben diversa, perché i nostri politici seguono un percorso, magari poco appariscente, ma concreto, risolutivo e ben studiato. E quale luogo migliore per studiare e riflettere dei think tank, i serbatoi di pensiero?

Ogni anno James McGann, dell’Università della Pennsylvania, realizza la classifica mondiale sui think tank. Pubblicato per la prima volta nel 2006, il rapporto annuale “Global Go to” è ormai un punto di riferimento nel settore politico, la bussola necessaria per affrontare scenari nazionali e internazionali in continuo mutamento e usufruire di fonti affidabili, per stimolare una riflessione ai vertici e influenzare i processi decisionali.

Nati nell’humus fecondo della cultura americana, essi assicurano dati, analisi, ricerche in campo politico, economico, sanitario. Un punto d’osservazione privilegiato di quanto accade nei singoli Paesi e nel mondo. Sono 6.603 gli istituti attivi nel mondo. Gli Stati emergenti sono ancora sotto rappresentati: oltre il 60% dei think tank di tutto il mondo infatti ha sede in Europa e Nord America, 1.823 nei soli Stati Uniti. I più finanziati si trovano nei Paesi del G7 (Usa, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Canada). Parallela alla perdita del monopolio governativo del flusso delle informazioni, la crescita dei think tank e del loro ruolo negli ultimi vent’anni è stata inarrestabile e la rete degli istituti oggi copre 182 Paesi.

Think Tank italiani

Delle 88 istituzioni che lavorano in Italia (il nostro Paese è all’undicesimo posto per numero di think tank) ben quattro sono menzionati dalla classifica che nasce dal giudizio di tutti i presidenti degli enti considerati: l’Istituto affari internazionali di Roma (Iai), il cui presidente onorario è Carlo Azeglio Ciampi, il presidente Stefano Silvestri ha svolto lavoro di consulenza sia per il Ministero degli Esteri che per quelli della Difesa e dell’Industria, e nel comitato direttivo campeggia Emma Bonino; l’Istituto Bruno Leoni di Torino, di indirizzo strettamente liberale, il cui presidente è il senatore Franco Debenedetti, fratello di Carlo De Benedetti del Lodo Mondadori; la Fondazione Eni Enrico Mattei.

Tra i migliori «con affiliazione politica», la Fondazione Italiani europei, il presidente è Massimo D’alema che si avvale di un Advisory Board, il cui presidente è Giuliano Amato e di un Comitato di indirizzo, tra cui spiccano i nomi Giuliano Amato, Enrico Letta, Franco Marini, Andrea Riccardi, Luciano Violante, Nicola Zingaretti, Ignazio Marino, Anna Finocchiaro.

Gli altri think tank italiani degni di considerazione – l’Aspen Institute, il Centre for Economic and International Studies, il Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, l’Istituto per gli Studi di politica internazionale -Ispi – raccolgono vari personaggi politici alla presidenza e nel comitati di indirizzo, come Giuliano Amato, Gianni De Michelis, Cesare Romiti, Carlo Scognamiglio, Giulio Tremonti, nonchè molti presidenti e amministratori delegati di aziende nazionali e multinazionali, come l’Enel, l’Eni, Telecom, Italiacementi, Finmeccanica, Unicredit, Pirelli Spa, Intesa Sanpaolo ecc.

Ricerca scientifica o pseudoscienza

Basta informarsi sulle diverse pubblicazioni dei think tank, ispirati al Brookings Institution, faro dell’America liberale posizionato sempre più a destra. Più che ricerca scientifica, questi centri sono classici esempi di «pseudoscienza», di affermazioni incontrollate bardate degli orpelli della serietà, tabelle, grafici, note, bibliografie, pezze d’appoggio alle campagne politiche e ideologiche della destra. A colpi di tabulati questi «serbatoi» immagazzinano rancore, astio verso ogni idea di uguaglianza e democrazia. Sono serbatoi sì, ma di odio, non di pensiero. E la loro influenza cresce di anno in anno.

di Cristina Amoroso

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