Guerra all’Iran: Cuba potrebbe essere la via d’uscita

Il presidente americano Donald Trump, sempre più inattendibile nelle sue “fantasiose” dichiarazioni, sta cercando un modo per sfuggire alle conseguenze della guerra all’Iran. L’aggressione lanciata dall’amministrazione Trump contro l’Iran, basata sul presupposto di un “attacco decisivo”, si è gradualmente trasformata in un salasso politico, militare ed economico. Nel frattempo, l’immagine della deterrenza americana ha iniziato a sgretolarsi di fronte all’incapacità di Washington di imporre le proprie condizioni a Teheran o di rovesciare il regime iraniano, come promesso all’inizio del conflitto.
Con la prospettiva di una vittoria decisiva apparentemente preclusa, la Casa Bianca sembra alla ricerca di una “via d’uscita rapida” per ripristinare l’immagine della potenza americana, sia spingendo gli Stati del Golfo verso un più ampio processo di normalizzazione con Israele, sia aprendo un nuovo fronte, meno costoso e più accettabile a livello interno, come Cuba.
Guerra all’Iran? Meglio Cuba
Questo cambiamento non è più una mera analisi politica; si riflette ora chiaramente negli stessi media occidentali. Il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato un articolo intitolato “Umiliata dall’Iran… l’America vuole un bersaglio facile: tenere d’occhio Cuba”, sostenendo che Washington, non essendo riuscita a raggiungere i suoi obiettivi contro l’Iran, ha iniziato a cercare un’arena alternativa attraverso cui ripristinare il proprio prestigio militare. Il giornale ha osservato che l’amministrazione Trump ha intensificato la sua retorica contro L’Avana accusando l’ex presidente cubano, Raúl Castro, di essere coinvolto nell’uccisione di americani, in concomitanza con fughe di notizie dell’intelligence su una “minaccia cubana” a Guantanamo Bay tramite droni – uno scenario che il giornale ha descritto come reminiscente dei pretesti usati per giustificare l’invasione dell’Iraq.
In particolare, questa escalation contro Cuba arriva subito dopo mesi di battute d’arresto americane in Iran. Washington, che si aspettava che attacchi militari, assassinii e sanzioni avrebbero indebolito Teheran e l’avrebbero costretta a fare importanti concessioni, si è trovata di fronte a una nazione capace di assorbire i colpi, ristrutturare le proprie istituzioni e stabilire nuove equazioni di deterrenza, sia nel Golfo, sia nelle rotte marittime, sia persino nell’economia globale.
Senza via d’uscita
Il Wall Street Journal ha recentemente riportato la crescente preoccupazione all’interno del Pentagono per il costo della guerra all’Iran, indicando che le operazioni militari stavano iniziando a esaurire i budget stanziati per l’addestramento e gli armamenti. Altri media americani hanno messo in guardia sull’impatto di un’ulteriore escalation sull’economia statunitense e sui prezzi globali dell’energia.
La CNN ha osservato che Trump appare sempre più come un presidente esitante, incapace di porre fine alla guerra o di imporre un accordo, e che questa immagine sta influenzando negativamente la sua reputazione internazionale, soprattutto in vista di un eventuale confronto strategico con la Cina.
In questo contesto, Cuba sembra a Trump un’opportunità “più facile” per ottenere una rapida vittoria. Si tratta di un Paese sottoposto a blocco economico da decenni, che soffre di una grave crisi economica e non possiede le capacità militari o geografiche dell’Iran. Pertanto, alcuni all’interno dell’amministrazione statunitense ritengono che fare pressione su Cuba, o addirittura provocare un confronto con essa, potrebbe consentire di ricreare l’immagine di un “presidente forte” in grado di sottomettere gli avversari di Washington.
Il declino dell’ex potenza mondiale
Tuttavia, questo modo di pensare rivela al tempo stesso la portata della difficile situazione in cui si trova l’America. Il passaggio dal confronto diretto con l’Iran alla ricerca di un “obiettivo più facile” implica il riconoscimento implicito del fallimento della scommessa su una vittoria decisiva con Teheran. L’Iran non è stato sconfitto, né si è disintegrato, né ha abbandonato la sua posizione regionale. Al contrario, è riuscito a trasformare la guerra in un peso per Washington stessa, dimostrando che il potere americano non è più in grado di imporre la propria volontà come un tempo.
Questo spiega anche la spinta di Trump verso il progetto di normalizzazione dei rapporti con il Golfo. L’amministrazione statunitense comprende che qualsiasi successo politico nella regione potrebbe essere utilizzato per mascherare fallimenti militari. Pertanto, Washington cerca di rilanciare il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele, presentandolo come una “conquista storica” che rimodellerà l’influenza americana in Medio Oriente. Tuttavia, questo percorso è irto di ostacoli, poiché la guerra contro l’Iran ha messo a nudo la fragilità della regione e dimostrato che nessun accordo politico può aggirare il nuovo equilibrio di potere imposto da Teheran e dai suoi alleati.
In definitiva, l’America oggi sembra spostarsi da un fronte all’altro, alla ricerca di una via d’uscita da una guerra che non è stata in grado di vincere. La crisi rimane la stessa, seppur su campi di battaglia diversi, manifestandosi nel declino della capacità americana di imporre la propria egemonia con la forza. L’Iran, dal canto suo, è riuscito a trasformare la propria resilienza in una nuova equazione strategica, costringendo Washington a cercare non la vittoria, ma qualsiasi parvenza di vittoria che possa essere presentata come tale.
di Redazione



