Genocidio armeno, una ferita che continua a sanguinare

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di Salvo Ardizzone

Domenica scorsa, Bergoglio ha voluto celebrare in S. Pietro la messa per l’anniversario del martirio del popolo armeno; dinanzi ai fedeli e ai patriarchi armeni (c’era pure il presidente Sargsyan) ha pronunciato un discorso chiaro quanto duro su quello che cent’anni fa fu Metz Yeghen, il Grande male, il massacro indiscriminato di un Popolo, a cui s’aggiunse quello di cattolici siri, ortodossi, assiri, caldei, greci, tutti accomunati dall’essere cristiani.

Immediata è stata la reazione rabbiosa del Governo turco, che non solo ha convocato il nunzio vaticano ed ha richiamato il proprio ambasciatore, ma si è scatenato in un crescendo di durissime dichiarazioni da parte di vari Ministri, a cui s’è aggiunto lo stesso presidente Erdogan e perfino il Gran Muftì, completamente appiattito sulle posizioni del Governo.

Ma in sostanza, cosa ha detto Francesco? Citando Woityla, che per primo ne aveva parlato chiaramente nel 2000, e usando frasi fuori dall’ipocrisia del politicamente corretto, ha detto che il XX secolo ha visto tre immani tragedie, la prima delle quali è stata appunto il genocidio del Popolo armeno; in quell’occasione ad essere colpiti sono stati tutti coloro che erano additati come cristiani: religiosi e fedeli, uomini e donne, bambini e anziani, tutti spenti nel sangue delle “marce della morte”. Ha posto quel primo crimine orrendo del ‘900 accanto agli orrori del nazismo e dello stalinismo e, a seguire, agli altri stermini di massa più recenti in Cambogia, in Rwanda, in Bosnia.

Nella sua denuncia ha voluto condannare, con parole semplici ma nette, la cinica indifferenza della comunità internazionale, che s’è sempre voltata dall’altra parte dinanzi a quegli scempi, salvo usare ipocrite parole di inutile cordoglio e riprovazione dopo, quando il crimine era stato già commesso. Per Francesco, anche oggi si sta compiendo una sorta di genocidio spezzato in mille tragedie sanguinose che si consumano giornalmente in varie parti del mondo, nel silenzio, troppo spesso complice, di una collettività che evita d’intervenire per convenienza o per vigliaccheria. Per lui, è intollerabile che il grido delle tantissime vittime inermi, uccise atrocemente per la loro fede religiosa o per l’appartenenza etnica, si perda nell’indifferenza generale.

Ricordando lo sterminio degli armeni, per troppo tempo negato e passato sotto silenzio quasi che così si potesse cancellare, ha ricordato i troppi massacri bestiali dei giorni nostri, ed ha concluso esortando Nazioni ed Organismi internazionali ad opporsi a tali crimini senza ambiguità o compromessi.

Il fatto è che, malgrado sia passato ormai un secolo da quel 24 aprile del 1915, quando cominciò, il genocidio armeno è un nervo eternamente scoperto della Turchia, con cui essa ha rifiutato testardamente di fare i conti. Allora era in corso la Prima Guerra mondiale e il decrepito Impero Ottomano s’avviava alla dissoluzione; i Giovani Turchi, un gruppo di militari che s’erano impadroniti del potere, volevano destare il nazionalismo dell’Anatolia profonda per sostenere lo sforzo della guerra, e al contempo sbarazzarsi di una minoranza cristiana (la più antica) che non rinunciava a criticare il Governo centrale.

Lo fecero nella vecchia maniera velenosa comune a tutti i nazionalismi: additando il “nemico interno” causa di ogni male; aizzando le folle contro il giaur, il miscredente, e fu una spaventevole mattanza. Le vittime complessive dei linciaggi, delle stragi pianificate, delle famigerate “marce della morte” che si concludevano con la morte di tutti i deportati, non si sapranno mai; stime armene parlano di un milione e mezzo di morti, ma anche se fossero di meno (come ottusamente sentenziano i rappresentanti diplomatici turchi, quasi che un milione o un milione e mezzo di vittime facesse differenza), sarebbe pur sempre una pulizia etnica conclusasi con lo sterminio organizzato di un’intera minoranza.

La Turchia s’è sempre rifiutata di riconoscere quel crimine mostruoso; anche soltanto parlarne è stato ed è un reato che comporta pesanti carcerazioni a cui sono andati incontro giornalisti, scrittori ed intellettuali che volevano fare i conti con una Storia rimossa. Contro ogni logica ed ogni realtà, la parola genocidio è stata ed è bandita, perché a tutt’oggi, malgrado la verità sostanziale su quei fatti sia conosciuta, la società turca non ha elaborata quella tragedia, che le imporrebbe di rivedere troppi valori e troppi giudizi su cui si basa. Operazione difficile in ogni momento, e più che mai adesso, squassata com’è fra le simpatie filo occidentali della sua parte più evoluta e le pulsioni conservatrici di chi, nell’insicurezza delle crisi internazionali, vuole rifugiarsi in mitizzati valori del passato.

Su questa situazione generale, si cala la realtà del presente: Erdogan ha avviato la Turchia su una deriva autoritaria, in cui l’unica legge che conta è la sua paranoica sete di potere. Alle elezioni che si terranno fra due mesi vuole un successo che gli permetta di cambiare la costituzione, inaugurando un regime che lo veda come unico capo incontrastato.

La fine della crescita economica, la serie d’insuccessi clamorosi in politica internazionale che hanno posto la Turchia in una condizione d’isolamento, gli scandali a ripetizione, le leggi liberticide e la dura repressione d’ogni dissenso hanno però cominciato a sgretolare il blocco di consenso su cui Erdogan contava nella “pancia” del Paese.

Adesso, come cent’anni fa, battendo sul tasto del nazionalismo, della contrapposizione contro gli stranieri e, soprattutto, contro i cristiani, conta di recuperare i consensi della Turchia profonda. È lo stesso meccanismo che s’è messo in atto nell’improvvisa, quanto singolare, serie di attentati che hanno colpito il Paese qualche settimana fa, risvegliando la voglia di ordine e del pugno di ferro di chi stava pensando d’abbandonare Erdogan e il suo partito.

Nel suo discorso, il Papa intendeva scuotere le coscienze della gente e della comunità internazionale, dinanzi ai continui crimini sanguinosi perpetrati in nome di slogan bugiardi, contro chi ha fedi o appartenenze diverse.

Quella del Governo turco è la reazione di chi ha colto un’occasione per lucrare consensi, ed è facile immaginare che la polemica verrà tenuta alta fino alle prossime elezioni.

Per quanto riguarda il Popolo turco, fin quando non farà i conti con la propria Storia, come molti altri hanno fatto con la propria, le antiche ferite continueranno a sanguinare, mettendo in circolo eterni veleni come il nazionalismo, la xenofobia, l’integralismo e così via, pronti ad emergere ad ogni crisi.

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