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Emissione CO2, storico accordo tra Usa e Cina

di Salvo Ardizzone

Venerdì il presidente cinese Xi Jinping ha incontrato Obama: il suo primo viaggio a Washington, attesissimo in un momento assai delicato per gli equilibri economici e politici del mondo, non ha spostato di un millimetro le tesi del Dragone.

Sull’espansionismo di Pechino in Estremo Oriente le posizioni con la Casa Bianca (ed i Paesi dell’Estremo Oriente) rimangono contrapposte; Xi ha dichiarato che considera il Mar Cinese Meridionale sotto il pieno controllo del suo Paese, in barba alle storiche rivendicazioni dei tanti Stati rivieraschi (Vietnam, Corea, Filippine, Giappone e così via). Ha solo temperato le sue parole con generiche affermazioni di buona volontà diplomatica.

Né sono venute parole chiare sulla situazione economica cinese, e sui provvedimenti che la dirigenza di Pechino intende prendere per stabilizzare le bolle speculative che minacciano di far precipitare la situazione.

In realtà, Xi Jinping non poteva fare concessioni: nella lotta senza quartiere che ha ingaggiato con i vecchi potentati del Partito, è ora sotto attacco per una crisi economica frutto degli squilibri di una crescita drogata, attraverso cui un establishment corrotto ha lucrato guadagni enormi e mantenuto una rete immensa di consensi.

Per questo non può mostrarsi accomodante, né sull’economia, né tanto meno sulla politica imperialistica di potenza instaurata. Doveva comunque dare dei segnali distensivi, perché non può permettersi di alzare il livello della tensione, e lo ha fatto abbattendo un vecchio tabù: si è impegnato, dal 2017, a introdurre un sistema di limitazioni dell’emissione di CO2 dalle grandi industrie. Un tema di grande effetto mediatico (su cui la Cina non aveva mai voluto trattare seriamente) che colpisce quei conglomerati, soprattutto statali, che costituiscono i primi centri di potere dei suoi avversari; inoltre ne ha posto l’avvio avanti nel tempo: nel 2017 sarà ormai chiaro l’esito della sua guerra con gli oppositori interni.

Ha anche raggiunto un mezzo accordo per evitare una cyber guerra con gli Usa, anche perché sa che gli Stati Uniti, se si impegnassero, sono ancora assai avanti nella tecnologia (anche per questo ha cominciato il suo viaggio in terra americana a Seattle, incontrando i capi delle grandi industrie tecnologiche), ed altri accordi minori. Insomma, più che altro scena, di più non avrebbe potuto fare.

Per ironia della sorte, fra l’anatra zoppa americana, a fine mandato ma senza problemi di rielezione e con la fresca vittoria al Congresso sull’accordo per il nucleare iraniano, e il potentissimo Presidente cinese, che ha accentrato su di sé tutte le chiavi del potere ma ora nel pieno di una spietata lotta per il potere dall’altro, era Obama ad essere in una posizione di forza.

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