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Egitto. Caso Regeni: le accuse italiane ci offendono

di Adelaide Conti

C’è una madre che chiede verità per suo figlio. È la madre del giovane ricercatore Giulio Regeni, morto al Cairo dopo aver subito ogni sorta di violenza. C’è un Paese, l’Egitto che si rifiuta di consegnare alle autorità italiane i tabulati telefonici scatenando una crisi diplomatica fra i due Paesi coinvolti nella drammatica vicenda ancora avvolta nel mistero. Intanto in un intervento telefonico trasmesso da una tv privata, il portavoce del ministro degli Esteri egiziano Ahmed Abou Zeid sostiene che in Italia “alcuni dossier, come il caso Regeni, vengono sfruttati per questioni interne”.

C’è infine l’Italia che chiede “rispetto” e vuole arrivare alla verità. Almeno questo è ciò che sostiene il governo tramite il ministro Gentiloni, il quale precisa in merito alla richiesta dei tabulati fatta all’Egitto: “Le indagini investigative nel mondo si fanno molto spesso basandosi sui tabulati, sulle intercettazioni. Se non ci fosse il traffico di celle telefoniche, buona parte delle indagini che si fanno anche nei Paesi più attaccati alla privacy non si farebbero”, e aggiunge: “Io rispetto gli argomenti dei governi con cui abbiamo a che fare però bisogna giudicare con buon senso, e il buon senso dice che nella indagini si usano questi strumenti. Dalle Alpi alle Piramidi”.

Cosa accadrà adesso? Dopo la mancata collaborazione da parte delle autorità egiziane il governo italiano si accinge a fare ciò che aveva preannunciato. E sempre il capo della Farnesina a parlare: “Prenderemo delle misure immediate e proporzionate. Nei prossimi giorni valuteremo le misure da prendere. Ho sentito parlare da parte del Governo egiziano di politicizzazione della vicenda: abbiamo solo fatto quello che avevamo già annunciato in Parlamento. Non c’è da parte nostra una rinuncia a chiedere la verità”.

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