Economia globale deve adattarsi a una nuova realtà

In uno scenario geopolitico senza precedenti, l’economia globale si trova ad affrontare una prova esistenziale: due rotte marittime vitali, Stretto di Hormuz e Bab al-Mandeb, sono sottoposte simultaneamente a pressioni da un unico asse, in uno sviluppo che minaccia di ridisegnare la mappa della sicurezza energetica globale.
Lo stretto di Bab al-Mandeb non è più solo una via marittima che collega il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. In pochi giorni, è diventato un crocevia strategico che sta ridefinendo gli equilibri di potere in Medio Oriente. Dopo una rapida operazione militare durata sette giorni, le forze armate yemenite hanno completato la presa di controllo della fascia costiera occidentale, che si estende dal porto di Hodeidah, passando per Mukha, fino al distretto di Dhu Bab e all’isola di Mayun, nel cuore dello stretto.
I rapidi progressi sul campo, accompagnati dall’annuncio del portavoce militare, il generale di brigata Yahya Saree, della presa di controllo di sei distretti nei governatorati di Taiz e Hodeidah, per una superficie totale di circa 5.400 chilometri quadrati, non rappresentano solo un successo tattico, ma costituiscono anche un cambiamento significativo nella capacità di controllo di una delle arterie commerciali più importanti del mondo.
Da Hormuz a Bab al-Mandeb: una doppia morsa per l’economia globale
La grande ironia che i mercati energetici si trovano ad affrontare oggi è che gli sviluppi a Bab al-Mandeb si sono verificati in un momento particolarmente delicato. Lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitavano circa 21 milioni di barili di petrolio greggio e condensati al giorno prima dello scoppio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è tuttora soggetto a dirette pressioni iraniane che hanno interrotto una parte significativa del traffico. Questa situazione ha costretto l’Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio al mondo, a utilizzare l’oleodotto “Est-Ovest”, che si estende dalla ricca regione petrolifera orientale fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso, per poter esportare circa 4 milioni di barili al giorno, di cui circa la metà viene trasportata verso sud attraverso Bab al-Mandeb, destinata ai mercati asiatici.
Tuttavia, anche questa via alternativa, che avrebbe dovuto rappresentare l’unica ancora di salvezza per Riyadh di fronte alla chiusura dell’oleodotto di Hormuz, è ora a rischio. Dopo una serie di attacchi con droni contro l’oleodotto Est-Ovest nelle regioni di Riyadh e Medina, il Ministero dell’Energia saudita ha annunciato la sospensione delle operazioni dell’oleodotto a titolo precauzionale. Secondo le stime di fonti a conoscenza dei fatti, la riparazione dei danni potrebbe richiedere dalle cinque alle sei settimane, mentre le scorte di petrolio destinate all’esportazione a Yanbu sono sufficienti solo per cinque-sette giorni.
L’Arabia Saudita si è quindi trovata stretta tra le due punte di una manovra a tenaglia: lo Stretto di Hormuz a est, sotto il controllo iraniano, e il Bab al-Mandeb a ovest, sotto l’influenza delle forze armate yemenite, mentre anche l’oleodotto alternativo che avrebbe dovuto alleviare la pressione è stato chiuso. Come ha riassunto il Washington Post, due delle più importanti rotte marittime al mondo per il trasporto di energia sono state in gran parte bloccate.
Soffocamento economico
Le conseguenze del doppio collo di bottiglia marittimo non si sono limitate al livello strategico, ma si sono immediatamente tradotte in cifre anomale. Le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia indicano che le forniture di petrolio greggio all’Arabia Saudita sono diminuite di 2,3 milioni di barili al giorno su base mensile, raggiungendo il livello più basso degli ultimi trent’anni. Anche il flusso di petrolio saudita attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb è calato drasticamente, attestandosi a circa 400mila barili al giorno, rispetto ai circa tre milioni di barili al giorno precedenti all’escalation.
Il rapido calo dell’offerta ha avuto un impatto immediato sui prezzi globali dell’energia. Il prezzo del petrolio Brent è schizzato oltre i 108 dollari al barile, il maggiore aumento settimanale da luglio, mentre il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti ha superato per la prima volta i sei dollari al gallone. Gli economisti avvertono che una prolungata interruzione dell’offerta potrebbe spingere i prezzi del petrolio a 120-150 dollari al barile.
Le implicazioni vanno oltre il petrolio greggio e riguardano tutte le catene di approvvigionamento globali. Secondo S&P Global, le interruzioni nei giacimenti di Hormuz e Bab al-Mandeb dovrebbero dimezzare le forniture di petrolio greggio dal Medio Oriente, con una produzione media mensile prevista tra i 10 e i 16 milioni di barili al giorno entro il 2027. Il gasolio, il principale carburante per i trasporti, l’agricoltura e l’industria, sta subendo pressioni al rialzo che potrebbero far aumentare il suo prezzo di oltre il 50% negli Stati Uniti.
Economia globale e strategia iraniana
Quanto sta accadendo sulla costa occidentale dello Yemen non può essere compreso isolatamente, ma nel contesto più ampio della strategia iraniana. Teheran, che ha dimostrato che la carta di Hormuz è una delle sue carte più pericolose nella guerra in corso, ha trovato nel controllo di Bab al-Mandeb da parte dei suoi alleati a Sana’a un’ulteriore carta di pressione, che le consente di strangolare il commercio mondiale da due snodi strategici contemporaneamente. Bab al-Mandeb è quindi diventato un “fronte parallelo a Hormuz”, il che significa che l’Iran, attraverso i suoi alleati, è in grado di esercitare pressione sul flusso di energia attraverso due corridoi attraverso i quali transita circa il 40% del volume commerciale mondiale.
La capacità di controllare entrambi gli scenari conferisce a Teheran una leva senza precedenti in qualsiasi futura negoziazione, sia con gli Stati del Golfo che con gli Stati Uniti. Se l’Iran è in grado di minacciare il mondo da Hormuz, allora le forze armate yemenite sono capaci di trasformare Bab al-Mandeb in una zona di rischio permanente. Questa situazione conferisce all'”Asse della Resistenza” una notevole capacità di influenzare il commercio mondiale, in particolare quello petrolifero. Dall’inizio della guerra, l’Iran ha ripetutamente segnalato la possibilità di chiudere Bab al-Mandeb al fine di aumentare il costo economico del proseguimento del conflitto, e ha indicato che saranno i suoi alleati in Yemen a farlo.
Riposizionamento strategico: dalla difesa montana alla deterrenza navale
Tuttavia, ciò che ad alcuni appare come una “trappola strategica” è in realtà un calcolato posizionamento strategico, all’interno del quale il movimento Ansarullah e le forze armate yemenite stanno passando dalla logica della difesa passiva in montagna alla logica dell’azione strategica nel corso d’acqua più pericoloso del mondo. La strategia tradizionale, basata su trinceramenti, sparizioni, incursioni e ritirate, era il prodotto di circostanze oggettive imposte da anni di guerra, ma non era un fine in sé, bensì un mezzo temporaneo per sviluppare capacità e accumulare potere. Oggi, con il controllo della fascia costiera che si estende da Hudaydah a Miron, la Resistenza yemenita è entrata in una nuova fase: quella di chi tiene in pugno l’economia globale e detta nuove regole ai suoi rivali regionali e internazionali.
L’esposizione della pianura di Tihama non rappresenta una debolezza nel senso tradizionale del termine, bensì un prezzo calcolato per il possesso di una carta strategica che supera di gran lunga qualsiasi rischio tattico. Il trinceramento tra le montagne ha protetto le forze, ma le ha mantenute in una posizione difensiva, mentre il controllo della costa e dello stretto conferisce alla Resistenza una capacità offensiva contro i nemici, colpendoli nel cuore dei loro interessi economici. La differenza tra chi si difende e chi minaccia gli interessi vitali degli avversari è la stessa differenza tra chi attende il proprio destino e chi lo plasma.
Per quanto riguarda la linea di rifornimento di 300 chilometri, non si tratta di un peso, bensì di una vitale arteria strategica che collega le profondità della Resistenza tra le montagne con i nuovi sbocchi marittimi. La sua sicurezza non è solo una questione militare, ma un progetto per costruire una nuova autorità di fatto, consolidando la propria presenza sul territorio e gestendo risorse, strade e porti. Chi parla di “fragilità” di questa linea ignora il fatto che la Resistenza yemenita ha dimostrato per anni una straordinaria capacità di gestire lunghe linee di rifornimento in ambienti difficili, e che la sua esperienza a Hodeidah dal 2018 dimostra che è possibile mantenere il controllo dei porti nel tempo, nonostante tutte le pressioni.
Isola di Mayun
L’isola di Mayun, la cui piccola superficie è di soli 13 chilometri quadrati, non è un punto debole ma un punto di forza strategico. Non necessita di una grande guarnigione per essere difesa, ma conferisce a chi la controlla la capacità di influenzare il traffico marittimo attraverso Bab al-Mandeb e di minacciare qualsiasi nave nemica che transiti nello Stretto. Chi controlla Mayun detiene il potere di veto sui movimenti delle navi da guerra americane e occidentali, il che spiega perché Washington e Tel Aviv temano questo sviluppo più di qualsiasi altro nella guerra in Yemen.
Guerra asimmetrica
Nell’era della guerra asimmetrica, l’assenza di una marina militare tradizionale non rappresenta un ostacolo. La potenza navale non è più appannaggio esclusivo delle marine tradizionali. Missili antinave, droni navali e mine intelligenti sono diventati i veri deterrenti nelle vie navigabili più strette. La Resistenza yemenita ha dimostrato la sua capacità di colpire navi da guerra e distruggere petroliere pur non possedendo una flotta, perché ha compreso che la potenza non si misura dalle dimensioni delle navi, ma dalla capacità dei missili di colpirle.
Il punto cruciale è questo: il controllo del lato orientale di Bab al-Mandeb non richiede il controllo completo dello Stretto per essere efficace. La semplice capacità di minacciare la navigazione attraverso questa arteria vitale è sufficiente ad aumentare il prezzo del passaggio e a costringere le potenze a ricalcolare le proprie mosse. Gli Stati Uniti, che attualmente evitano lo scontro diretto con le forze armate yemenite, comprendono bene che qualsiasi conflitto a Bab al-Mandeb sarebbe costoso e forse inconcludente, perché chiunque controlli la costa può prolungare il conflitto e logorare qualsiasi forza navale ostile.
Economia globale e nuovo ordine internazionale
Quanto sta accadendo a Bab el-Mandeb è inscindibile dall’equazione energetica globale, che si sta delineando secondo una nuova logica. Non si tratta più di una crisi temporanea in una rotta marittima, ma dello sviluppo di una “nuova normalità”, in cui il rischio di interruzioni delle forniture diventa permanente. Per la prima volta dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, S&P Global non prevede che la produzione di petrolio greggio in Medio Oriente torni ai livelli prebellici entro la fine del 2027. Queste previsioni non presuppongono nemmeno una fine definitiva del conflitto, un ritorno alla normalità del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz o la scomparsa dei rischi di interruzione del traffico merci nel Mar Rosso.
Ciò significa che l’economia globale deve adattarsi a una nuova realtà, in cui le rotte marittime vitali si trasformano da semplici vie di transito sicure in merce di scambio nei conflitti geopolitici. Si tratta di un cambiamento che pone i mercati globali di fronte a una sfida senza precedenti: come può funzionare l’economia globale quando due delle sue rotte marittime più importanti sono costantemente minacciate? E come possono i Paesi consumatori proteggere i propri approvvigionamenti di fronte a una doppia stretta che sembra non avere una soluzione immediata?
Le risposte a queste domande determineranno non solo l’andamento dei prezzi dell’energia nei prossimi mesi, ma anche i contorni di un nuovo ordine internazionale, in cui la geografia si trasforma da sfondo di conflitto in arma di guerra, e gli stretti da rotte commerciali in strumenti d’assedio.
di Redazione



