Ecco a voi il governo “Bildemberg II”

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di Mauro Indelicato

A palazzo Chigi, scatta l’operazione “pubblicità” con la gente; il teatrino italico della politica infatti, sforna dal cilindro un premier ed una lista di ministri, che i Tg nazionali non hanno già esitato a definire “innovativa”, “giovane”, con tanto di immagini di Enrico Letta che con la sua utilitaria raggiunge il Quirinale, sottolineando anche lì la grande “umanità” del nuovo premier che raggiunge Napolitano a bordo della propria auto.

A guardare certi telegiornali di ieri sera, sembrava una di quelle propagande dell’istituto Luce degli anni ’30; è questo forse il segnale che l’operazione mediatica è scattata a pieno ritmo, nel tentativo disperato di tornare ad avere un’immagine decente e di decenza nei confronti dell’opinione pubblica.

E chi ha studiato questo teatrino, si sarà applicato certamente parecchio, magari osservando la presa mediatica assoluta che il nuovo Papa ha avuto rinunciando ad una serie di privilegi; sembra essere iniziata in Italia la rincorsa a chi è più umile, a chi è più normale, per far dimenticare alla popolazione invece tutto il marcio che ruota attorno agli squallidi centri di potere romani.

Di fatto, ci manca solo che Enrico Letta corra nell’ufficio anagrafe del suo comune a farsi cambiare il suo nome in Francesco ed il cerchio mediatico si chiude.

Venendo alla sostanza dei fatti in questione, ci sono diverse cose invece da valutare seriamente. La prima, riguarda il fatto che oramai l’Italia si è trasformata de facto in una Repubblica presidenziale, in cui il presidente decide il nome del capo di governo, orienta la politica del nuovo esecutivo e minaccia che se si prende una piega diversa, manda a casa tutti quanti.

Se Napolitano fosse stato votato direttamente dagli italiani, un senso tutto ciò lo poteva avere, anche se la Costituzione parla di Repubblica parlamentare; il guaio è invece che Re Giorgio è un monarca assoluto, non scelto dalla popolazione, anzi fischiato sabato scorso quando è stato rieletto ed è un inquilino del Quirinale comodo a difendere gli interessi del sistema partitico–politico che ha svenduto il nostro Paese ai forti interessi internazionali.

In barba al bipolarismo, in barba alla legge elettorale del 1994 voluta da un referendum, che orientava verso riforme atte a far scegliere il premier direttamente dai cittadini, oggi l’Italia si ritrova con un Presidente che fa e disfa a seconda degli umori di chi gestisce gli interessi che egli difende.

E così, ecco che, dopo le primarie del Pd che avevano sancito la candidatura di Bersani, dopo le elezioni che avevano sancito la vittoria, anche se di misura, dei democratici guidati da Bersani e la debacle dell’agenda Monti, che con la sua Scelta Civica non è arrivato nemmeno al 10%, ecco che ci si ritrova con la stessa maggioranza del governo uscente, formata da Pd, Pdl e Montiani.

Il quadro quindi è analogo a quello venutosi a creare il 17 novembre del 2011, quando il colpo di stato della Troika europea faceva insediare Mario Monti a Palazzo Chigi, sostenuto dagli stessi partiti che oggi formano il governo Letta.

Ma siamo sicuri che almeno il premier sia diverso, anche se non scelto dagli italiani? Enrico Letta infatti, negli ambienti politici è chiamato “Monti junior”, quasi una sorta di rampollo o, meglio ancora, di fedele compagno d’avventura del premier uscente.

Non è un caso che Enrico Letta, nell’ultima riunione del gruppo Bildemberg, abbia fatto le veci di Monti; la regola degli incontri dei padroni dell’alta finanza internazionale, prevede infatti che chi diventa capo di Stato o di governo, non possa prendere parte direttamente alle riunioni, ma possa delegare una persona fidata, che nel caso di Monti si trattava proprio del nuovo presidente del consiglio.

Un’inquadratura strappata mesi fa dal Transatlantico, il nome con il quale si indica la sala della Camera dei Deputati, mostra dei “pizzini” che Letta ha scritto a Monti e che lo stesso premier uscente è intento a leggere, nel quale sono contenute indicazioni attese dall’esponente Pd su come comportarsi nella riunione del Bildemberg tenutasi a Roma l’anno scorso e con il quale esprime la sua emozione per trovarsi al centro degli incontri dell’alta finanza.

Insomma, Letta in questi mesi ha studiato da Monti ed oggi riceve il suo testimone, nell’ambito di un disegno che mira a mantenere con le unghie e con i denti (e con il sangue dei cittadini stremati) il controllo dell’Italia all’interno dell’orbita europeista; un controllo che aumenta proporzionalmente all’aumentare dell’avanzata euroscettica all’interno dell’opinione pubblica e che dunque deve prevedere l’impiego in prima persona dei personaggi direttamente collegabili ai gruppi di interesse internazionali.

Sfogliando poi la lista dei Ministri, si può notare come le novità con il passato siano pressoché nulle: come vice–premier c’è infatti quell’Angelino Alfano messo lì per controllare che si rispetti il patto che vuole il cavaliere Senatore a vita e quindi immune da ogni sorta di condanna che nei prossimi mesi potrebbe investire il fondatore del Pdl; poi ancora, troviamo di tutto, dai messaggi promozionali rientranti nell’operazione mediatica citata all’inizio, come la nomina di Cecile Kyenge, primo ministro di colore della storia italiana, agli uomini che han fatto carriere precoce nei partiti, come Maurizio Lupi, Andrea Orlando, Nunzia Di Girolamo, Beatrice Lorenzin ed il “saggio” Gaetano Quagliarello, fino alla riconferma, ma alla Giustizia e non più agli interni, della Cancelleri.

Infine, come non soffermarsi sulla chicca delle chicche, ossia sulla nomina di un cittadino tedesco nel nostro governo, quasi una sorta di bastione diretto di controllo che Berlino ha voluto mettere su Roma; infatti, come Ministro dello Sport, troviamo Josefa Idem, naturalizzata italiana, ma nata e cresciuta in Germania, Paese per il quale ha vinto anche diverse medaglie d’oro prima di diventare italiana dopo il suo matrimonio.

Da più parti, quello di Letta viene considerato come il governo “Bildemberg II”; scorrendo i nomi e vedendo il contesto nel quale è nato, non è difficile pensare il contrario. Dunque, poco o nulla cambierà nei prossimi mesi: gli italiani continueranno ad esser tartassati, a subire le politiche di austerity imposte dall’Europa e ad avere un governo sul quale soffia dirompente l’influenza dei forti poteri internazionali.

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