AttualitàPrimo Piano

Dal tramonto delle “Primavere” all’alba dei vecchi regimi

di Salvo Ardizzone

È necessario che tutto cambi perché tutto rimanga come prima; è un’antica massima del Potere, per secoli usata da chi lo detiene per mantenerlo; essa è la chiave di lettura di quell’insieme di eventi che stravolsero la costa sud del Mediterraneo: quelli che con enfasi pari alla mancanza di comprensione, furono battezzate le “Primavere Arabe” da media interessati o superficiali e da un’infinità di blogger disinformati. In questi giorni cade il quarto anniversario del loro inizio; è tempo di una riflessione complessiva su quella colossale partita per il potere (perché questo e null’altro è stata), non ancora conclusa ma chiaramente avviata al suo epilogo.

Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto erano retti da regimi antichi anche se diversi; in comune avevano la gestione del potere da parte d’un gruppo ristretto, sedimentato nei decenni, e il disinvolto sfruttamento dello Stato come cosa propria; ovunque c’era una povertà diffusa, che conviveva con le diseguaglianze di chi aveva troppo senza meritarlo, e un’altissima disoccupazione, malgrado esistessero condizioni per crescita e sviluppo (in alcuni casi notevoli). Corruzione, clientelismo e paternalismo erano la regola, e fra la gente a cui era stata rubata la speranza, s’andavano sviluppando vari focolai di ribellione, soprattutto con il radicarsi di gruppi salafiti.

Di opposizioni democratiche, come intenderebbero i benpensanti occidentali, neanche a parlarne perché semplicemente non esistevano e le masse non le avrebbero neppure comprese. C’erano tutti gli ingredienti per una deflagrazione incontrollata, tenuta a freno solo da macchine repressive feroci quanto capillari, ma era solo questione di tempo. Quegli Stati, che avevano tutti una notevole importanza strategica o economica, erano polveriere pronte ad esplodere ed occorreva indirizzare quelle deflagrazioni perché gli interessi che vi s’appuntavano non venissero stravolti.

L’Egitto di Mubarak era ed è vitale per gli equilibri mediorientali, per la questione palestinese, per i rapporti con Israele e per tutta la fascia del Nord Africa. Per Washington è stata ed è da decenni una pedina strategica insostituibile, e per chi nel Golfo vuole tirare le fila della regione, perderlo è semplicemente inconcepibile.

La Libia di Gheddafi era uno scatolone di sabbia zeppo di petrolio e gas solo in parte sfruttati, in mano a un despota e alla sua cricca ristretta; quelle ricchezze avevano un referente esterno primario debole quanto politicamente inconsistente, l’Italia. Emarginarla e sostituirsi ad essa nel controllo e lo sfruttamento di quelle risorse, era una tentazione troppo forte a rischio assai basso, perché gli eventuali danni difficilmente sarebbero ricaduti su chi ci provava.

L’Algeria di Bouteflika è un Paese da decenni ingessato da un asfissiante sistema di potere (il “Pouvoir”) che si perpetua dai tempi dell’Indipendenza dalla Francia, senza neppure provare a rinnovarsi, perché qualunque cambiamento incrinerebbe quella corazza facendola crollare. Si regge grazie al petrolio e al gas del Sahara (e ne ha tanto), e a un apparato repressivo affiancato da misure paternalistiche fatte per placare una popolazione divisa fra esasperazione e rassegnazione.

Malgrado le cronache non la riportino come scenario d’una “primavera”, dobbiamo ricordare come il tentativo ci fu, eccome! Se non andò avanti fu perché il Paese aveva vivo nella memoria l’orrore del “decennio nero”, quando l’Esercito, per salvare il “Pouvoir”, disconobbe il successo elettorale degli islamici scatenando una guerra civile che si lasciò dietro un mare di sangue e infinite distruzioni. Ma dietro il guscio ferreo dell’apparato di potere c’è il vuoto e l’insoddisfazione d’un Popolo, e tentativi per mettere le mani su quelle ricchezze ce ne saranno ancora.

Resta la Tunisia, dove Ben Alì aveva costruito una rete di potere e affari che legava tutto il Paese; è il più piccolo e meno importante di quegli Stati, ed è per questo che è da lì che è stato possibile l’inizio. Il drammatico suicidio di Mohamed Bouazizi diede fuoco alle polveri e poche settimane dopo, nel gennaio del 2011, Ben Alì fu costretto alla fuga perché l’Esercito rifiutò di schiacciare nel sangue la rivolta che dilagava e gli Usa gli “consigliarono” di levarsi di torno.

Nel periodo torbido che seguì, e durante gli anni successivi di governo retto dagli islamici di Ennahda, ci furono diversi tentativi di fare deragliare il Paese: l’opera di provocatori e attentati culminati nell’uccisione di Chokri Belaid e Mohamed Brahmi, capi dell’opposizione, fecero saltare il nuovo blocco di potere che si stava sostituendo in tutto al precedente. Il completo fallimento dell’esperienza di governo dei Fratelli Musulmani, unito alla crescente disillusione della gente, ha aperto la via al ritorno dell’antico, che ora, dopo le ultime elezioni, vede l’88enne Essebsi presidente e il trionfo del suo partito, Nidaa Tounes, zeppo di vecchi “benalistes”, uomini del vecchio regime, rapidamente riciclatisi nel nuovo.

Malgrado Ben Alì sia stato condannato all’ergastolo in contumacia per salvare la faccia, il suo blocco di potere, mai disperso, è tornato alla grande, rinsaldando vecchi legami all’interno e all’esterno della Tunisia (vedi i nuovi accordi strategici con gli Usa della primavera scorsa), e tutto ciò grazie alla legittimazione delle elezioni ed alla stanchezza d’un Popolo frustrato che ora, dopo tanto disordine, anela solo a stare un poco meglio. Il cerchio s’è chiuso, e per altri vent’anni le cose potranno andare come sempre.

In Egitto il copione è stato identico: con un incredibile tempismo a gennaio iniziarono i disordini e, dopo scontri di piazza sanguinosi e brutali repressioni, a febbraio Mubarak, anche qui abbandonato dagli Usa e dall’Esercito, fu costretto a dimettersi e poco dopo messo agli arresti. Nel Paese, però, la Fratellanza Musulmana era fortemente radicata grazie alla sua rete sociale che sostituiva un welfare inesistente. Erano l’unica forza politica organizzata e quando nel 2012 vennero finalmente le elezioni, le vinsero, insediando alla presidenza Mohamed Morsi.

S’inaugurò una stagione di contrasti: l’Egitto era un Paese troppo importante per gli Usa e per l’Arabia Saudita perché potesse sfuggire al loro pieno controllo; inoltre, in quel Paese l’Esercito è assai più che una forza armata, è una casta che gode di enormi privilegi e gestisce un potere economico enorme che vedeva entrambi minacciati dalla Fratellanza, dal canto suo aiutata dal Qatar in cerca d’una sua area d’influenza.

Non durò molto; i troppi errori madornali e la guerra sotterranea dell’establishment fecero naufragare miseramente quell’esperienza politica: a giugno del 2013 iniziarono manifestazioni massicce, in vario modo incoraggiate, che già a luglio crearono i presupposti perché il Generale Al-Sisi, con un colpo di Stato, s’impadronisse del potere e desse vita ad una sanguinosa repressione che decapitò letteralmente la Fratellanza. I morti si contarono a centinaia e gli arresti a migliaia: l’”ordine” era ristabilito, i privilegi della casta militare salvi, l’Egitto rimaneva una preziosa pedina di Washington e Riyadh, coi suoi petrodollari, poteva continuare a controllarlo. Dopo una stucchevole pantomima, a giugno del 2014 si sono celebrate le elezioni in cui un Popolo esausto ha incoronato Al-Sisi nuovo presidente.

La Fratellanza, unica opposizione organizzata, è stata messa fuori legge; arresti e processi farsa con centinaia di condanne a morte continuano, mentre Morsi, legittimo presidente, resta in carcere. Anche qui il cerchio s’è chiuso, sotto gli scarponi dei Generali comprati dai petrodollari e obbedenti agli ordini di Washington. A ultima dimostrazione di ciò, Hosni Mubarak, che nel 2012 era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di centinaia di dimostranti e corruzione, nel novembre scorso, in un nuovo processo, è stato assolto da tutte le accuse. Dopo la tempesta, tutto può continuare come prima.

In Libia il copione fu diverso: là non c’erano formazioni politiche organizzate come in Egitto o Tunisia, e il principale referente politico (l’Italia) era un ectoplasma di cui nessuno si poneva il problema. Francia e Inghilterra preparavano il colpo da tempo e già nel novembre precedente avevano condotto una complessa esercitazione congiunta, la Southland, con gli stessi assetti militari che avrebbero partecipato alla “crociata” sulle sabbie libiche.

La rappresentazione del dramma che dura ancora iniziò nel febbraio 2011, a Bengasi, e subito la presenza di soggetti esterni fu più che chiara; sotto le insistenze di Francia Inghilterra e Usa, l’Onu emanò l’ambigua risoluzione 1970, ma intanto la ribellione, malgrado i chiari aiuti immediati di molti attori esterni, dopo i successi iniziali perdeva terreno. Fu il 19 marzo che Parigi ruppe gli indugi, lanciando i suoi aerei contro le forze di Gheddafi che stavano per giungere a Bengasi per spegnere il principale focolaio della rivolta, e subito seguirono Londra e Washington. Roma, come sempre, dopo aver tentennato s’accodò, partecipando attivamente all’operazione nata per sbattere fuori lei e l’Eni dall’unico Paese in cui era riferimento. Il resto fu solo questione di tempo: grazie agli aiuti, le bande di rivoltosi presero il sopravvento fino all’epilogo di ottobre con l’assassinio di Gheddafi.

Ma come dicevamo la Libia è un caso a parte, con buona pace di tanti blogger e cosiddetti analisti del tempo: il Paese è sprofondato nel caos più assoluto e viaggia veloce verso lo scontro finale fra le coalizioni che si sono delineate. Da un canto i sedicenti filo occidentali, sostenuti da Arabia Saudita, Emirati ed Egitto, con dietro gli Usa e ancora i franco-inglesi a scaldare i motori degli aerei per una nuova crociata, con sullo sfondo l’obiettivo di quei giacimenti mancati la prima volta; dall’altra una massa di miliziani, sempre più radicalizzati, sostenuti da Qatar e Turchia che, dopo le sconfitte a Tunisi e al Cairo, vogliono far pagar cara la nuova vittoria che s’apparecchia.

Per le forze in campo l’esito parrebbe scontato, ma solo dopo cumuli di morti e di rovine. Alla fine, le risorse dovrebbero andare in mano ad uno degli schieramenti, e se finirà in un inestricabile macello poco importa, perché il danno vero rimarrà all’Italia, che in tutto questo continua a balbettare.   

Smaccate ingerenze esterne, principalmente di Washington e del Golfo, per il controllo di quei Paesi; distruzione o emarginazione delle maggiori opposizioni interne; ristrutturazione dei vecchi blocchi di potere, verniciati di nuovo perché possano durare ancora per decenni. Nel caso della Libia, distruzione d’un Paese e messa all’asta delle sue risorse, con l’accantonamento dell’unico attore estero che c’era sulla scena (l’Italia). Per l’Algeria la partita è solo rinviata.

È un filo unico che unisce tutti questi eventi contemporanei, unica la matrice e unica la motivazione: ancora e sempre il dominio su Stati e sulle loro ricchezze, impedendo che intraprendano vie autonome. Questa è l’origine comune delle tanto osannate “Primavere”, innalzate a icone per tutto l’Occidente.          

Tags
Mostra altro

Articoli correlati

Back to top button
Close
Close

IlFaroSulMondo.it usa i cookies, anche di terze parti. Ti invitiamo a dare il consenso così da proseguire al meglio con una navigazione ottimizzata. maggiori informazioni

Le attuali impostazioni permettono l'utilizzo dei cookies al fine di fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Se continui ad utilizzare questo sito web senza cambiare le tue impostazioni dei cookies o cliccando "OK, accetto" nel banner in basso ne acconsenterai l'utilizzo.

Chiudi