Cisgiordania. Muro di separazione, tra resistenza palestinese e repressione israeliana

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di Manuela Comito

Venerdì 20 dicembre, come ogni venerdì da 8 anni, in vari villaggi dei Territori Palestinesi Occupati si sono svolte le manifestazioni settimanali di protesta contro l’occupazione illegale e criminale della Palestina. Anche questa volta alla protesta pacifica e non violenta dei palestinesi, l’esercito israeliano ha risposto con lanci di lacrimogeni e di proiettili di gomma, con arresti e violenze di ogni genere. A Maasara, Bi’lin, Nabi Saleh, Kufr Qaddum, le manifestazioni si sono svolte con la costante minaccia di repressione da parte dell’esercito dell’occupante e con arresti e violenze contro i manifestanti.

La tensione si respirava già dalle prime ore dell’alba: le forze di occupazione israeliane hanno arrestato sei palestinesi nella zona di Jenin e a Kufr Qaddum. Nella zona di Jenin: Abdullah Kamel Harazallah, 22 anni, Sami Ragheb Zeid Kilani, 21 anni, Adi Yusef Hamarsheh, 22 anni, Mamoun Hamarsheh, 36 anni. Raid alle due del mattino a Kufr Qaddum, dove hanno fatto irruzione nella casa di Murad Eshtewi, Coordinatore della Resistenza Popolare nel villaggio, minacciandolo di arresto nel giro di pochi giorni se non avesse fermato le manifestazioni settimanali contro l’occupazione. Hanno poi arrestato, dopo le perquisizioni nelle loro abitazioni: Ghalib Halmi Eshtewi, 21 anni, e Mohamed Ragab Jumah, 20 anni.

Nel giugno del 2002 il governo israeliano, guidato all’epoca da Sharon, diede il via alla costruzione della “ Barriera di separazione” tra Israele e i Territori Palestinesi Occupati; il motivo “ufficiale” era che doveva rappresentare e costituire una protezione per la popolazione civile israeliana ma, in concreto, si rivelò un efficace mezzo di annessione territoriale di ampie aree palestinesi, al punto da sconfinare ben oltre il tracciato di confine stabilito. Conseguentemente all’inizio dei lavori di edificazione del Muro, prese vita un Movimento di Resistenza popolare con lo scopo primario di opporsi all’espropriazione delle terre e alla costruzione della barriera, le cui connotazioni forti erano una numerosa partecipazione di attivisti internazionali e, addirittura, israeliani alle manifestazioni di protesta settimanale.

Secondo quanto riporta il sito www.assopace.org, il fattore determinante del Movimento è la teorizzazione e la pratica di una forma di resistenza popolare non violenta, portata avanti nonostante la dura repressione da parte dell’occupante israeliano. Uno degli obiettivi principali è quello di riuscire a ottenere visibilità presso i media locali ma, soprattutto, internazionali. Il primo villaggio a promuovere e mettere in atto quanto teorizzato dal Movimento fu Bil’in, situato a 20 km ad est di Ramallah, divenuto il simbolo della lotta non-violenta. I suoi abitanti, riuniti in un Comitato Popolare, dal 2005 manifestano pacificamente ogni venerdì contro l’annessione di oltre il 50% delle loro terre, espropriate dal regime israeliano per l’edificazione del Muro.

Grazie alle lotte del Comitato Popolare del villaggio, nel 2007 con una storica sentenza, la Corte Suprema israeliana ha stabilito che l’attuale tracciato del Muro a Bil’il è illegale e deve essere modificato. Questo successo, seppure parziale, ha convinto altri dell’efficacia di questo tipo di lotta, tanto che altri villaggi, come Nil’in e Maasara l’hanno adottata. Nil’il, situato a 25 km da Ramallah, ha subito l’espropriazione di oltre il 30% delle proprie terre e dal 2008 aderisce alle manifestazioni settimanali del venerdì. Al Maasara, situato a sud-est di Betlemme, ha aderito alle manifestazioni settimanali a partire dal 2006.

Altri piccoli villaggi limitrofi, come Nabi Saleh e Dein Nidham, aderiscono dal 2009 alle manifestazioni settimanali di protesta contro l’annessione delle proprie terre da parte del governo israeliano e la costruzione di insediamenti illegali. Tutti subiscono la dura repressione israeliana, che si esplica in varie forme e in tempi diversi. Infatti, non si parla solo di repressione dei manifestanti. Sin dalle prime manifestazioni, le autorità israeliane hanno messo in atto una vera e propria campagna intimidatoria, al solo scopo di impedire che le manifestazioni avvenissero; per questo motivo, l’esercito israeliano effettua veri e propri raid notturni che comprendono perquisizioni e soprattutto arresti dei leader dei Comitati Popolari dei vari villaggi.

Può sembrare assurdo, ma le autorità israeliane temono queste proteste per il loro carattere non violento e per l’ampia partecipazione di attivisti internazionali e, addirittura, israeliani, che documentano settimana dopo settimana i soprusi dell’occupante nei confronti di una popolazione civile disarmata.

Di seguito, un brano della lettera che Abdallah Abu Rahmah, membro del Comitato Popolare del villaggio di Bil’in, arrestato nel 2009, è riuscito a far portare fuori dal carcere di Ofer tramite il suo avvocato, con la preghiera di massima diffusione: “So che la campagna militare israeliana volta ad arrestare la leadership della lotta popolare palestinese mostra che la nostra resistenza non violenta è efficace. L’Occupazione è minacciata dal nostro movimento sempre crescente, ed è per questo che cercano di fermarci. Quello che però i leader israeliani non capiscono è che la lotta popolare non può essere fermata con il nostro arresto. Anche se veniamo confinati in una prigione a cielo aperto – come Gaza è stata trasformata – in una prigione militare in Cisgiordania, o nei nostri stessi villaggi circondati dal Muro dell’Apartheid, gli arresti e le persecuzioni non ci indeboliscono.
Diversamente da Israele, noi non possediamo armi nucleari né eserciti, ma non ne abbiamo bisogno e non vogliamo queste cose. La giustizia della nostra causa ci fa ottenere il vostro sostegno. Non gli eserciti, non le prigioni e neanche i muri ci possono fermare”.

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