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Cile, ancora tensioni tra il governo ed i mapuche

di Fabrizio Di Ernesto

Sedici mila partecipanti e tre arresti: questo il bilancio della marcia dei popoli indigeni svoltasi la settimana scorsa in Cile in occasione della “Giornata della razza” con lo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica davanti alla vicenda dei quattro comun eros mapuche in sciopero della fame da un paio di mesi ormai.

I quattro hanno dato vita a questa protesta in risposta ai procedimenti penali intentati contro di loro per tentato omicidio e detenzione di armi da fuoco.

Natividad Llanuilleo, dirigente mapuche, ha definto la marcia non una giornata di festa ma di protesta tornando a chiedere a gran voce la libertà per il popolo mapuche.

La parte meridionale del fiume Bìo-Bìo è la zona di massima frizione tra il governo centrale e gli indigeni, è infatti nella regione dell’Auracanìa che l’etnia mapuche rappresenta un terzo della popolazione totale. Questa zona, oltre ad essere la principale riserva di legname del paese, ha anche il maggior indice di povertà che colpisce il 27% degli abitanti. La divisione di questa comunità – una tra le 3.000 che si situano nei dintorni di Temuco – è un esempio in scala minore di quello che succede tra i mapuche: un popolo dalle molteplici voci, senza una gerarchia stabilita e nel quale diverse sono le posizioni sui temi delle rivendicazioni di terra e diritti.

Da decenni i rapporti tra le due parti sono tesi e si sono aggravati dopo che la Corte d’Appello di Temuco ha autorizzato venerdì scorso l’alimentazione forzata, in caso di necessità, per i quattro detenuti con i vertici mapuche che hanno subito manifestato l’intenzione di ricorrere alla Corte Suprema per difendere le posizioni dei quattro.

I contrasti tra governo e mapuche hanno un’origine molto lontane: dopo le guerre d’indipendenza dalla corona spagnola, i popoli originari erano in possesso di circa 100.000 km quadrati di territorio che le vicissitudini storiche, fatte di sfruttamento e abusi, hanno ridotto a 5.000 ovvero solo il 5%. Negli ultimi 20 anni alcune leggi hanno promesso la restituzione di alcune di queste terre, buone intenzioni rimaste però quasi del tutto inapplicate; per gli indigeni però riappropriarsi di quelle terre significa soprattutto riallacciare i legami con il passato e le tradizioni dei padri.

Il governo Pinera ha di recente varato una legge che ha creato l’Area di sviluppo indigeno, Asi, ovvero un programma di acquisizione di terre, strumenti per la lavorazione dei campi, aiuti alle imprese e creazione di infrastrutture per il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni locali. Secondo i vertici mapuche però l’esecutivo non starebbe tenendo fede agli impegni assunti arrivando anzi ad usare in modo sempre più sproporzionato la Ley Antiterrorista, una norma che equipara i reati degli indigeni ad atti terroristi contro lo Stato.

Appellandosi a questa norma il presidente Pinera ha già fatto sapere che non concederà gli aiuti previsti per l’Asi a quelle comunità sospettate di ricorrere alla violenza come strumento di lotta politica.

Nell’America latina cresciuta sotto l’ombrello protettivo degli Usa quindi continuano le politiche di segregazione razziale per privare le popolazioni autoctone dei loro diritti lasciandoli nelle mani dei colonizzatori. Anche decenni dopo la conquista dell’indipendenza.

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