Ciad: Hissene Habré condannato per crimini contro l’umanità

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di Salvo Ardizzone

In quello che i media hanno battezzato il processo al Pinochet d’Africa, Hissene Habré, ex dittatore del Ciad, è stato condannato per crimini contro l’umanità e torture da un tribunale speciale costituito ad hoc (l’Extraordinary African Chambers – Eac) a Dakar in Senegal, per conto dell’Unione Africana. È la prima volta in assoluto che un ex presidente africano viene processato in Africa per delitti connessi alla violazione dei diritti umani.

Habré, dopo aver preso il potere con l’aiuto della Cia, ha governato il Ciad dal 1982 al 1990; una stagione di terrore e brutalità durante la quale sono stati accertati oltre 40mila assassini politici e 200mila casi di torture. Durante quegli otto anni è stato il cane da guardia dell’Occidente (soprattutto della Francia) fino a quando, divenuto troppo scomodo, è stato “scaricato” e sostituito con un suo consigliere, Idriss Deby, che a tutt’oggi, dopo 26 anni, è ancora al potere coccolato come insostituibile guardiano degli interessi occidentali, malgrado i crimini di cui si continua a macchiare.

Hebré era fuggito in Senegal quando fu spiccato il primo mandato d’arresto contro di lui da parte di una corte belga; Dakar si rivolse all’Unione Africana (Ua) che le chiese di processare l’ex presidente “per conto dell’Africa”. il resto è storia recente, con un lungo processo con 4mila parti civili che ha visto sfilare 90 testimoni a far rivivere anni di violenze allucinanti.

Al di là delle dichiarazioni esultanti dei parenti delle vittime e delle Ong che li hanno appoggiati, tuttavia, è francamente ingenuo parlare di giornata storica e di nuovo corso della giustizia nel Continente. Hebré era un personaggio scomodo e ormai isolato, facilmente sacrificabile dagli altri capi di Governo e di Stato africani e certamente non difeso da quelli occidentali che lo avevano abbandonato; era una pedina spendibile nella contesa che vede contrapposte la Ua e la Corte Penale Internazionale dell’Aja (Cpi).

Da anni i Paesi dell’Unione Africana, pur facendone parte, disconoscono nei fatti l’autorità della Cpi; per questo il presidente sudanese Omar al-Basher può tranquillamente girare indisturbato per tutta l’Africa malgrado un mandato di cattura internazionale spiccato dall’Aja. In realtà, dietro la motivazione ufficiale resa dai governanti africani (peraltro abbastanza fondata) che dietro la Cpi ci siano le potenze occidentali, si cela la paura d’essere chiamati a rispondere dei crimini commessi con disinvoltura sia per mantenersi al potere che per fare gli interessi di quegli stessi Stati occidentali che poi potrebbero farli incriminare se divenissero anch’essi scomodi.

Chiedendo a Dakar di processare Habré, rivendicano il diritto di farsi processare in Africa all’occorrenza, e la condanna dell’ex dittatore ciadiano è un modo per dimostrare la severa imparzialità del giudizio. Ma, come detto, Habré era ormai ampiamente sacrificabile, ben altra cosa sarebbe l’accusa a un capo di Stato o di Governo in carica; scatterebbe l’immediata solidarietà del club di quei potenti che stanno dissanguando e svendendo l’Africa a potenze straniere e multinazionali in un clima di corruzione e violenza.

D’altra parte, è irrealistico pensare che Paesi come gli Stati Uniti o la Francia abbandonino i propri protetti al Tribunale dell’Aja; parafrasando la frase di un alto funzionario Usa che parlava di Noriega: “è un bastardo, ma è il nostro bastardo”, a chi fa per loro il lavoro sporco.

In tutto questo la giustizia può attendere.

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