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Blue Whale: la vita in gioco

Mettersi in gioco. Un motto che nella vita, specie da giovani, tutti abbiamo recitato. Da quando la Blue Whale ha deciso di arenarsi nell’orizzonte quotidiano degli adolescenti di tutto il mondo, è la stessa vita ad essere divenuta l’oggetto del gioco.

Blue WhaleVita ed altri valori minori, scrivevo qualche settimana fa. La vita che diventa un valore minore per i minori d’età. Individui che si affacciano alla vita dimostrando di non comprenderne l’essenza, mortificandola fino a sacrificarla del tutto. Per gioco. Magari credono che, buttandosi dal palazzo più alto della città, dopo un’angosciante percorso di cinquanta giorni all’insegna dell’autolesionismo, ci sia una vita di riserva, che non si muoia per davvero. Come nei videogiochi. Ci sono sempre le vite di riserva nei videogiochi. Ti arriva una fulminante scarica di laser alieno, ti azzanna uno zombie o ti vai a sfracellare con l’auto contro un muro a 250 km all’ora. Nessun problema. Ci sono sfilze di vite da poter sfruttare per arrivare alla fine del gioco.

Il quindicenne di Livorno che lo scorso febbraio si è ucciso, buttandosi dal ventiseiesimo piano di un palazzo si è accostato alla fine della sua breve esistenza come ad un qualcosa di provvisorio, di non realmente definitivo. A poche ore dalla sua morte pensava al compito di latino ed alla competizione con il suo compagno di classe per conseguire il voto più alto.

I “curatori”, ossia coloro che guidano i giovani e giovanissimi (l’età può variare dai 9 ai 17 anni), attraverso questo orrore, hanno un indubbio talento nell’intrufolarsi nella loro acerba psiche ed hanno dimostrato la padronanza dei mezzi per condurre sapientemente a termine questa spietata guerra ai bambini di tutte le latitudini.

Eppure il russo Philipp Budeikin, arrestato qualche settimana fa con l’accusa di essere l’ideatore di Blue Whale e responsabile del suicidio di almeno una quindicina di adolescenti, dall’adolescenza ci è uscito da poco. Ha solo ventidue anni, studia Psicologia e senz’alcuna parvenza di pentimento si fregia del merito di aver ripulito la società da “scarti biologici”. Così li ha definiti. Rifiuti umani che si sono piegati al suo volere fino al sacrificio totale. Questi scarti però avevano un nome, un cognome e delle vite tutte da vivere e costruire.

Il nostro aspirante psicologo però ha deciso che no, lui doveva dare una svolta alla selezione naturale e lo ha fatto mettendo assieme due conoscenze che, combinate, sono risultate micidiali: social network e psicologia. Ha preso tra le sue mani la malleabile materia di cui è fatta la coscienza di un ragazzino e l’ha inquinata con il nero della sua anima cinica e senza speranza.

Tutto questo stanno continuando a farlo altri individui come lui, in tutte le parti del mondo, in un effetto domino che ha già creato allarme sociale, con il contraddittorio ausilio dei mezzi d’informazione, meritevoli di aver fatto luce sul problema e rei di aver potuto alimentare fenomeni emulativi attraverso la diffusione delle chiavi per accedere al Blue Whale Challenge.

Quotidianamente le vite di giovani e bambini vengono sacrificate sul sempre sovraffollato altare dell’odio umano, alimentato dalle guerre e dal terrorismo. A Manchester come ad Aleppo. Ci si indigna o forse si fa generoso uso di ipocrisia, non può essere altrimenti. In un mondo meno ipocrita e violento, quella balena azzurra non avrebbe trovato spazio, non sarebbe mai nemmeno stata concepita.

I giovanissimi non hanno più la percezione della consistenza della loro stessa vita, perché, loro malgrado, sono stati sputati fuori in un mondo che ha perso fiducia in se stesso, ancorato al materialismo più becero ed all’individualismo più ottuso. Nessuna forma di vita può dirsi immune dal veleno che intossica la specie che domina il pianeta. Basta immergersi nel traffico o guardarsi attorno in metropolitana o al centro commerciale per percepire l’odio dell’uomo per l’uomo.

Uno scenario ideale per l’attecchire di fenomeni come il Blue Whale, il quale potrebbe diventare un fenomeno di moda. Una moda che si consuma nel buio delle camerette dei nostri figli e nipoti, di coloro i quali dovrebbero succederci, ma che di fatto arrivano già sfiniti e demotivati all’adolescenza.

di Massimo Caruso

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