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Birmania, in attesa di una vera svolta

Villaggio Karen sul confine tra Birmania e Thailandia
Villaggio Karen sul confine tra Birmania e Thailandia

di Salvo Ardizzone

In Occidente si parla assai poco della Birmania, uno Stato vasto più del doppio dell’Italia posto in una posizione strategica, incuneato com’è fra Cina, India e l’Oceano Indiano. È una terra di contraddizioni: povero e sottosviluppato, con una popolazione stimata in circa 50 milioni che ha un reddito fra i più bassi del mondo e di cui quasi un terzo sotto la soglia della povertà, eppure ricco di materie prime: gas, petrolio, minerali strategici e legnami pregiati, anche pietre preziose fra le più ricercate.

Il fatto è che dal ’62 è stata dominata – direttamente o tramite fantocci – da un regime militare che l’ha chiusa al mondo, ed ha esercitato una feroce oppressione ed un totale controllo della società che l’ha condannata all’arretratezza e scoraggiato a lungo gli investimenti. Le rivolte non sono mancate, ma sono state stroncate da una spietata repressione che ha punteggiato di sangue la sua storia tormentata.

Negli ultimi anni ci sono stati timidi segnali di apertura, per tentare di superare l’isolamento decretato dalla comunità internazionale. Intendiamoci: si tratta solo di operazioni di facciata, marketing per giustificare il riallacciare di rapporti; le elezioni che si sono tenute negli ultimi anni sono state poco più che una ridicola farsa, viziate alla base da brogli sconcertanti e da norme che assicuravano comunque i posti chiave ai rappresentanti dei militari, tuttavia hanno dimostrato la sopravvivenza di un dissenso.

Solo nel novembre scorso si sono potute tenere le prime elezioni sostanzialmente libere della storia birmana, e per Aung San Suu Kyi, leader e anima dell’opposizione, è stata una vittoria a valanga tale da assicurarle ampiamente il Governo, superando lo scoglio della Costituzione-farsa, studiata apposta dai militari per mantenere il controllo dell’Esecutivo.

Ma la formazione di un Governo da parte di quella che fino a ieri era un’opposizione emarginata, non risolve i tanti problemi della Birmania: San Suu Kyi avrà dinanzi un compito immane avendo sul collo il fiato dei militari, pronti ad approfittare di un suo fallimento per riprendere il potere.

Fra le piaghe che dovrà sanare, c’è quella dei tanti conflitti che il regime militare ha acceso con le minoranze etniche, conducendo una feroce repressione che ha rasentato la volontà di genocidio. Accanto a conflitti storici, come quello che vede il popolo Karen opporsi ormai da oltre sessant’anni a violenze bestiali che hanno causato morti a migliaia e la distruzione di centinaia di villaggi nell’Est del Paese, se ne sono aggiunti altri a sfondo religioso. I Kachin, prevalentemente cristiani, che lottano anch’essi per la cessazione della sistematica aggressione cui sono sottoposti, ed i Rohingya, una minoranza musulmana nell’Ovest del Paese, impegnata in un violento conflitto contro lo Stato centrale e la maggioranza buddista.

Bambini Karen
Bambini Karen

C’è poi il quadro desolante dei diritti umani e civili sistematicamente violati, di una popolazione alla miseria e di una sovranità nazionale insidiata dalle influenze straniere, che vedono nella Birmania un Paese ricco di materie prime e posto in una posizione strategica.

La Cina, che di diritti umani non s’è mai occupata se non per violarli e per questo è stata in buoni rapporti con il regime dei militari, è da sempre il primo partner della Birmania; per lei sono strategici l’oleodotto ed il gasdotto che dal porto di Sittwe giunge a Kunming, evitando ai suoi approvvigionamenti energetici provenienti da Medio Oriente ed Africa l’insicuro stretto di Malacca. Inoltre, quelle infrastrutture sono funzionali ai progetti di sfruttamento di gas nel Golfo del Bengala e a quelli in programma nella Birmania.

Ma la Cina è un padrone ingombrante quanto oppressivo, ed oltre alla Thailandia, secondo partner commerciale, anche l’India s’è fatta avanti con corposi investimenti che mirano alle materie prime birmane ed a scalzare l’egemonia cinese.

In questa ottica, con buona pace degli standard democratici fin’ora inesistenti, si sono mosse Tokyo e Washington, ansiose di limitare lo strapotere di Pechino nell’area, e addirittura i Paesi della Ue, affamati di nuovi mercati e della possibilità di allocarvi produzioni a basso costo, grazie agli stipendi di fame ed alle insistenti garanzie per i lavoratori.

Le parodie di aperture messe in atto dai militari negli anni passati, sono state una sceneggiata a beneficio di una comunità internazionale che ha colto al volo quel pretesto per giustificare lucrosi rapporti economici e geopolitici con un regime impresentabile. Ma tant’è, inutile stupirsi. Resta a vedere quali saranno le prossime mosse, adesso che la Birmania ha cambiato verso.

Rimane tutta l’ipocrisia di Paesi e Istituzioni internazionali pronte a sanzionare a seconda della convenienza. Rimane il lunghissimo cammino che dovrà compiere ancora il Popolo birmano, e soprattutto le sue perseguitate minoranze, per avere finalmente libertà e giustizia.

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