Attacchi israeliani contro fonti idriche rimodellano la Cisgiordania

Gli attacchi israeliani contro le fonti idriche palestinesi nella Cisgiordania occupata non si limitano più alla demolizione di singoli pozzi o al danneggiamento delle reti idriche. Sono diventati parte di una politica più ampia volta a controllare pozzi e sorgenti e a limitare l’accesso dei palestinesi ad essi, parallelamente all’espansione degli insediamenti israeliani e all’espropriazione di terreni.
Una serie di attacchi israeliani indica un’escalation nel saccheggio delle risorse idriche. Coloni ebrei si sono impossessati di un pozzo d’acqua nella zona di al-Farsh, tra Khallat al-Hummus e Wadi al-Rakhim, a sud di Yatta, nel governatorato di al-Khalil. I dati disponibili indicano inoltre che negli ultimi mesi i coloni hanno preso il controllo di circa 10 pozzi nella zona.
Nella parte settentrionale della Valle del Giordano, le Forze di occupazione israeliane (Iof) hanno demolito tre pozzi artesiani nel villaggio di Atouf, da cui gli abitanti dipendono per l’agricoltura e le necessità quotidiane. Le Iof hanno anche arrestato alcuni operai del Comitato per la Ricostruzione di al-Khalil mentre stavano ripristinando dei pozzi d’acqua nel quartiere di Jaber, nella Città Vecchia, mentre altri pozzi sono stati demoliti a Beit Ummar, a nord di al-Khalil.
L’impatto va ben oltre l’accesso all’acqua potabile. Le comunità rurali e agricole dipendono da pozzi e sorgenti per irrigare i loro campi, allevare il bestiame e sostenere i propri mezzi di sussistenza. Distruggere, limitare o confiscare queste fonti d’acqua incide quindi direttamente sulla capacità dei palestinesi di coltivare la terra, far pascolare il bestiame e rimanere sulle proprie terre.
Attacchi israeliani devastano la vita dei palestinesi
Questo avviene nel contesto della crescente attività di insediamento israeliana in Cisgiordania, dove la creazione di avamposti e la costruzione di strade per i coloni sono accompagnate dall’appropriazione di terre e risorse naturali palestinesi, tra cui sorgenti e pozzi. In altre zone, le operazioni militari israeliane hanno distrutto parti di reti idriche, serbatoi e altre infrastrutture.
La netta disparità nel consumo idrico tra palestinesi e coloni ebrei illustra la disparità di controllo su questa risorsa vitale. Israele controlla oltre l’84% delle risorse idriche superficiali e sotterranee della Cisgiordania. Un colono ebreo consuma in media circa 247 litri d’acqua al giorno, rispetto agli 80 litri circa di un palestinese. In alcune comunità beduine e di pastori, il consumo scende al di sotto dei 15 litri pro capite al giorno.
Queste politiche trasformano l’acqua da risorsa naturale fondamentale in uno strumento di pressione sulle comunità palestinesi, in particolare su quelle che dipendono fortemente da pozzi e sorgenti. Ogni pozzo demolito o confiscato riduce la capacità dei residenti di soddisfare i propri bisogni quotidiani, compromettendo al contempo l’agricoltura, l’allevamento e altre fonti di reddito.
La lotta per l’acqua in Cisgiordania è dunque inseparabile dalla lotta per la terra. Il controllo delle risorse idriche si intreccia con la confisca dei terreni, gli avamposti di insediamento e l’espansione delle strade al servizio dei coloni ebrei, contribuendo a modificare le condizioni geografiche e demografiche sul territorio.
Mentre pozzi e sorgenti continuano a essere presi di mira e i palestinesi subiscono restrizioni nella loro manutenzione e ripristino, crescono i timori che il controllo sull’acqua stia diventando un ulteriore strumento di espansione degli insediamenti israeliani e di pressione sulle comunità palestinesi, minacciando sia i loro mezzi di sussistenza sia la loro capacità di rimanere sulle proprie terre.
di Redazione



