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Enrico Mattei, eroe italiano: intervista a Claudio Moffa

Il 27 ottobre è l’anniversario della morte di Enrico Mattei, un attentato al suo aereo che provocò la sua morte e quelle del pilota Irnerio Bertuzzi e di un giornalista americano William Mc Hale.

Un giudizio sintetico su Enrico Mattei e la sua vicenda?

Mattei è stato un grande della Prima Repubblica, come Moro e come Craxi, ma con due specificità.

Quali?

La prima è che egli fu non solo un grande statista che riuscì a tessere una ampia e costante collaborazione col mondo arabo, ma anche un grande manager. La seconda è che Enrico Mattei era figlio né di una agiata famiglia che poteva permettersi di mandarlo all’Università, né di un avvocato: come Moro, appunto, e Craxi. Mattei era infatti di umili origini.

La sua nascita e la sua infanzia

Mattei nacque ad Acqualagna, un paesino delle Marche all’epoca di poche centinaia di abitanti. Il padre era un brigadiere, a capo di una pattuglia di militi che era riuscita a catturare il brigante Giuseppe Musolino. Promosso comandante di Stazione CC si spostò con la madre Angela Gavani prima a Casalbordino, e poi ancora a Matelica. Qui, all’età di 16 anni, si può dire che inizi la carriera di Mattei.

In che senso?

Mattei aveva una grande capacità di apprendimento nelle sue esperienze di lavoro. A Matelica entrò 14enne in una Conceria, prima come garzone, poi operaio, poi ancora operaio chimico. Sarà questa proto-specializzazione che – mentre accumulava altre esperienze, come quella di ragioniere e di Direttore di Laboratorio – lo accompagnerà per tutta la vita professionale: prima quella privata – la fabbrica di vernici da lui impiantata col fratello e la sorella a Milano – e poi quella pubblica, dalla nomina nel 1945-46 a commissario dell’Agip, fino alla fondazione dell’Eni nel 1953. L’operaio chimico aveva accumulato sapere nella pratica lavorativa e lo aveva fatto fruttare.

Da quanto appena detto, potrebbe dedursi che Mattei pensava soprattutto in termini di profitto personale?

Se ho dato questa impressione, mi correggo, Non è assolutamente così. Il Mattei manager mai ha soffocato o rinunciato al Mattei sostenitore dell’Italia e del suo sviluppo economico, a beneficio né personale, né di una ristretta élité politica e industriale: a beneficio invece del popolo italiano, e della nazione tutta, senza distinzioni regionali o politiche. 

Sono questi valori che inducono Mattei a non chiudere l’Agip, come gli era stato richiesto dal governo filoamericano di Bonomi?  

Direi di sì. Nella vicenda Agip – a fine guerra, durante la quale Mattei, avvicinatosi negli anni Trenta ai cattolici milanesi legati al suo compaesano Marcello Boldrini, si era impegnato nella Resistenza – esce fuori con nettezza la sua personalità, la sua determinazione, e il suo modo di procedere per decidere. Non si fidò infatti del governo, stanziato a Roma e peraltro pro-americano, e cercò di informarsi sulle risorse minerarie della pianura padana, dove l’Agip – istituita da Mussolini nel 1926 – avrebbe potuto operare con successo. Ebbe riscontri positivi, in particolare da un ex repubblichino, l’ingegner Zanmatti, profondo conoscitore delle ricchezze del sottosuolo padano. E dunque disobbedì alla disposizione di Bonomi, facendo sponda sul Cln ormai egemone e in particolare su Parri. Nel frattempo Mattei entrava, con successo, nella neonata Democrazia Cristiana

Una carriera dunque, dopo la fine del fascismo, anche politica? 

Sì, una carriera che mai lo avrebbe visto rinunciare alle sue idee-guida. Eletto deputato, nel 1949 interviene in Parlamento contro la pretesa delle compagnie petrolifere straniere di arrogarsi il monopolio delle risorse minerarie della pianura Padana. Vince la partita, l’Agip manterrà la sua funzione. Poi, nel 1953 riesce a far istituire col voto parlamentare, l’Eni, l’Ente nazionale idrocarburi. Anche i comunisti votano a favore.

Come si collocava Mattei nel variegato mondo della Dc di Alcide De Gasperi?

Faceva parte della Sinistra di base, assieme a La Pira, Giovanni Galloni, Giovanni Gronchi (il futuro presidente della Repubblica) e altri. Una squadra forte, che remava contro le trame delle forze più conservatrici, in particolare quelle guidate dall’acerrimo nemico di Mattei, Luigi Sturzo. Ma Mattei era ormai alla testa del più importante Ente di stato, secondo solo all’omnicomprensivo Iri, creato da Mussolini nel 1932 e ereditato dalla Repubblica.

La “politica estera” dell’Eni – in particolare i suoi rapporti con i Paesi arabi produttori di petrolio – ebbe successo?

Sì, un notevole successo, e per due concomitanti fattori: perché l’attivazione degli accordi di cooperazione marciava di pari passo non solo col processo di decolonizzazione, ma anche con la concomitante lotta contro il neocolonialismo, vale a dire il colonialismo di tipo economico capace di sopravvivere alla fine del controllo militare e amministrativo delle colonie. Così insegnava all’epoca Nkrumah, autore di un libro-saggio il cui titolo era mutuato da un classico di Lenin: “Il neocolonialismo – titolava il presidente del Ghana – stadio supremo dell’imperialismo”. Il secondo fattore che favoriva l’Eni, era la “formula Eni” inventata da Mattei per scardinare i controllo delle grandi compagnie occidentali – le mitiche Sette sorelle – su tutti i Paesi produttori di greggio.

In che consisteva questa formula?

Molto brevemente: le grandi compagnie occidentali garantivano il fifty-fifty ai governi che avevano concesso loro lo sfruttamento di determinati territori ricchi di petrolio. L’Eni, al contrario, arrivava a consegnare al Paese ospite delle sue attività, fino al 75%. E questa era appunto la “formula Eni”.

Sembrerebbe una formula semplice, dunque, un aumento secco di percentuale?

Solo in parte è così. Il fatto è che il Paese produttore arrivava al 75% perché la formula Eni prevedeva la sua rivoluzionaria compartecipazione al processo di estrazione del greggio. E dunque il secondo “fifty” si divideva di nuovo in due, e una sua metà, il 25% andava di nuovo al Paese che aveva firmato il contratto con l’Eni.

Ci sono stati risvolti politici nei rapporti con i paesi arabi, o si è trattato sempre di semplici business economici, pur ispirati da criteri paritari? 

Enrico-Mattei

I risvolti politici non potevano mancare, visto che negli anni ‘50 e fino al 1967 e oltre, era assi diffusa l’ostilità verso Israele sia nel Nord-Africa che nel Vicino Oriente. Non fu un caso il titolo di un famoso saggio di Maxime Rodinson, il “Rifiuto arabo di Israele”, anno 1969 ma ricco di riferimenti fattuali dal 1948 in poi. Ricordiamoci che Enrico Mattei aveva sostenuto l’Egitto di Nasser sia con finanziamenti mai concessi ad alcun altro Stato straniero (30 miliardi di lire nel 1961), sia con tecnici italiani inviati a Suez nella fase di transizione tra il controllo coloniale anglo-francese e quello egiziano, dopo la nazionalizzazione del 26 luglio del 1956. Ricordiamo anche il tenace sostegno del presidente dell’Eni, assieme a Nasser, al Fln algerino, in guerra non solo con Parigi, ma anche, all’interno della colonia, con la forte comunità ebraica algerina contraria alla secessione da Parigi.

Nasser era all’epoca il principale nemico per Israele, come più tardi l’iracheno Saddam Hussein e l’iraniano Ahmadinejad. Ci furono conseguenze per Mattei?

Sì, senz’altro. Ricordiamo anche che quando Mattei venne accusato, nell’estate del 1961 – la stessa estate in cui ricevette una minaccia di morte dalla filosionista Oas di Jacques Soustelle – di avere rapporti con Israele, egli stesso, in prima persona rispose (a Tripoli, sede a rotazione del “Comitato per il boicottaggio di Israele”, e all’ambasciata della Rau siro-egiziana) che “l’Eni non aveva avuto mai rapporti con Israele, né intendeva averli”. 

Una risposta dura, che nessun politico occidentale avrebbe mai osato fare. E che probabilmente gli costò l’attentato aereo di Bascapé, con o senza connivenze interne. Tra le prime, secondo alcuni commentatori, quella di Eugenio Cefis che Enrico Mattei aveva espulso dall’Eni nel gennaio ‘62, e che, notoriamente filoisraeliano e antiarabo, appena assassinato il ”suo” Presidente ne abrogò un contratto che era sul punto di essere firmato con l’ennesimo Paese arabo: l’Algeria di Ben Bella.

di Yahya Sorbello

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