Cultura

Anni ’70 – Quando dicevi che temevi di perdermi

Anni ’70 – Il 16 marzo 1978 il docente di Istituzioni di Diritto e Procedura Penale e Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, viene sequestrato a Roma dalle Brigate Rosse al termine di un conflitto a fuoco a via Fani dove viene trucidata la sua scorta.

Moro verrà tenuto prigioniero per 55 giorni, scrivendo 97 testi tra lettere, testamenti, promemoria, solo alcuni di essi fatti recapitare ai ministri in carica, collaboratori, familiari, colleghi di partito.

Le Brigate Rosse sottopongono Moro a un processo politico rivolto a mettere sotto accusa l’intero operato della Democrazia Cristiana nel corso di quarant’anni di governo. Il materiale di questo interrogatorio costituisce il Memoriale Moro che verrà, solo in parte ritrovato in due fasi distinte: il 1 ottobre del 1978 e il 9 ottobre del 1990, in un covo brigatista di via Monte Nevoso a Milano.

La mattina del 9 maggio 1978 le Brigate Rosse uccidono Moro, vista chiusa ogni possibilità di trattativa con lo Stato (al quale avevano richiesto la liberazione di alcuni compagni in carcere).

Il corpo di Moro verrà fatto ritrovare all’interno del portabagagli di una Renault 4, a via Caetani, a Roma. Tra le lettere recuperate nell’appartamento di via Monte Nevoso nel 1990, tre erano indirizzate alla sua allieva Maria Luisa Familiari (18 /01/1953-19/02/2002) con la quale aveva stretto un rapporto di consapevole affetto. Queste lettere non le furono mai recapitate.

Nelle lettere indirizzate a Maria Luisa, Moro si preoccupa anche di salutare gli studenti del suo corso che lo accompagnavano a messa ogni domenica nella chiesa di Santa Chiara, a Roma.

Maria Luisa, Manfredi, Giovanna e Domenico erano alcuni di questi ragazzi. Questa è la loro storia. La storia di una memoria intima che è anche la nostra; di una delle pagine più drammatiche del nostro Paese.

9 maggio 1978

Sono tra il sonno e la veglia ma non è mattina e non è sera, nel sogno. Uno spiffero leggero, come un sospiro, penetra attraverso le imposte socchiuse, il sole di maggio che trapela.

Un lamento lontano; indecifrabile. Ora mi rannicchio, ora vorrei sparire. Dove sei. Se fosse soltanto un abbraccio e poi sarà di nuovo nulla. Forse saperti, forse riceverti, forse. 

Stendo la mano, è chiara, è sottile, sembro sparire con essa tra le tue in una stretta, in un saluto di commiato, in quel tempo che era ieri ma è già lontanissimo che è quasi un’epoca che non deve più toccarmi, non deve appartenermi, che devo scrollarmi per continuare. Ma tu non ci sei. E non c’è aria, non c’è una forma.

Ci aggrappiamo in questo buio, in bilico, terrorizzati e persi, statue congelate nell’oscurità e così siamo, immobili, a fissarci in questo vuoto. Reprimo un singulto. Mi faccio largo nel sogno. Ma è un grido, un grido che mi fa levare. E allora sembra la guerra, che sia franato tutto.

Mi alzo di scatto, ero al sicuro, mi sentivo protetta, nel sogno, tra un qui e un dopo, non sarei fuggita, sarei rimasta. Ma non sarebbe successo nulla. Completamente inutile, così inutile.

Tutto è spento, in casa. Avanzo in una semi oscurità, percorro il corridoio, e poi mi volto come una sonnambula, verso un brusio dalla cucina. La televisione è accesa.

Tu sei lì, deposto e gettato dentro quella macchina; come stessi dormendo. Immagini che scorrono, figuranti che parlano, blaterano, urlano, si spingono, formiche impazzite, le riprese navigano, inframmezzate; oscillano. Tutto è crollato. Crolla intorno. Non capisco.

Ora il sole è entrato di prepotenza nella stanza. Un ticchettio. Le lancette in cucina. Questo ticchettio, è insopportabile. Rimbomba. Ma dove ci troviamo. Siamo sepolti e non ce ne siamo resi conto. Come abbiamo fatto a vivere sotto queste macerie? Sembra realmente la guerra. Non capisco, ripeto.

Gli occhi dei miei genitori mi squadrano. Sono vitrei. La guerra penso ancora, confusamente. Le lancette continuano indifferenti a girare ma io non voglio muovermi. Non farò un passo verso di te ma non riesco a staccare gli occhi. Mio padre torna a guardare ipnotizzato lo schermo. Voci che si sovrappongono. Mia madre è in piedi, fa per lavare qualcosa, una tazzina, deve afferrare qualcosa mentre mormora Dio mio, Dio mio.

E tutte queste figure che ti passano davanti, mentre osservo, ma come tutta questa gente, adesso, tutti riuniti, tutti raccolti, tutti in preghiera, a mezza bocca, a sussurrare con la paura ma non la vergogna, non hanno un attimo di tregua.

Fissano, fanno capolino, si avvicinano, si tirano per vedere meglio, e fanno scempio. Smettetela. Basta, smettetela, basta. E succede. Si interrompe. Tutto di colpo cessa il suo movimento.

Non sento nulla. Fuori, da qualche parte nel mondo qualcuno suona un campanello. Passi sulle scale. Persone corrono per strada. Le macchine su corso Francia in lontananza. Ma intorno a me è questa, la mia quiete, irreale. Ci sono riuscita. E tu sei lì, ancora. Non ti muove nessuno. Nessuno ti tocca. Sei deposto, gettato e innocente. E io che ti vedo.

Mi cala addosso, questo silenzio, mio soltanto. E io vorrei riaprire gli occhi e sapermi viva. C’è una cartina del dolore, da ripercorrere a piccoli passi. Una mappa, una strada da seguire. Ma ripercorrerla indietro riporta a quei momenti strani, buffi, allegri, momenti rubati di felicità. Un momento soltanto. Il tempo sospeso. Come nel sogno che faccio.

Se guardo i tuoi occhi pensierosi, sono pieni di una malinconica forma di domanda, l’interrogarsi su tutto, ascoltare e porsi un carico, da sopportare. Ti attraversa questa malinconia però è questo, il tuo sguardo luminoso. Tu sei questo sguardo.

E io potrei parlare con te cancellando ogni imbarazzo, oltre ogni nostra reciproca timidezza. Un tempo che è rimasto e mi riporta alla vita che era, spensierata e incauta a tratti, ma poteva non esserla?

Eppure quella vita speciale di noi tutti, quel periodo crudele e incantato da costruire, una vita fortemente da vivere e non lasciarci vincere. E tu eri lì, sempre presente, sempre attento. Sempre in ascolto. Così raro. Così vulnerabile. Così, soltanto la tua persona, diversa e vicina. Familiare e comprensiva. E quel farsi tra noi, quello spazio improvviso che si era venuto a creare, ma tutto” squisitamente umano”, come dicevi, solo nostro, e senza parole sprecate, senza menzogna, senza colpe. Il nostro cerchio, stando insieme, tutti, era questa la nostra illusione, di desideri e domande, di orgoglio e passione. E pensavamo che solo il bene potesse venirne.

di Eloisa Sicilia

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