Afghanistan: il ruolo dei social network nei rapporti uomo-donna

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di Anastasia Maniglio

Bella sfida essere una donna in Afghanistan. L’85% delle donne non è formalmente istruito, oltre il 50% è fidanzato già a 12 anni, per l’80% i matrimoni nelle aree rurali sono forzati. Tutti numeri che farebbero paura ad una società come la nostra, abituata ad altre cifre e altre conquiste. Ma ogni Paese ha la sua storia, che è bene sia vissuta senza ostacoli e con le proprie tempistiche.

Oggi essere donne in Afghanistan significa tentare di far valere i propri diritti in una società che si sta evolvendo, ma è talvolta frenata dalla tradizione e da interpretazioni religiose ultraconservatrici.

Lontano dai grandi centri, dove c’è meno gente con cui confrontare le proprie opinioni, ad esempio, continuano ad avvenire unioni concordate prima dalle famiglie e poi accettate passivamente dai diretti interessati: le parenti dell’uomo si recano a casa delle ragazze, con la scusa di una visita di cortesia, per scoprire se anche i familiari di lei vorrebbero darla in sposa a qualcuno; i loro “esami” consistono nell’accoglienza degli ospiti, nella pulizia della casa e delle tazzine del tè. Molte donne sono date in matrimonio a uomini svariati anni più grandi, semplicemente per risolvere questioni di denaro o dispute; in altri casi è concesso a entrambi di vedersi per la prima volta soltanto il giorno stesso del matrimonio.

Le donne si sposano, fanno numerosi figli e restano analfabete perché intente ad occuparsi della prole. Non è raro che, dopo la prima notte di nozze, le spose più giovani si rechino in ospedale per traumi psicologici o emorragie.

Spesso le donne vivono in casa con la famiglia del marito, e questo le porta a isolarsi perché trattate come schiave, essendo più giovani, ad esempio, della suocera o delle cognate, in un mondo in cui sembra che si acquisisca il rispetto soltanto una volta che si è più avanti con l’età.

L’Afghanistan è uno dei Paesi con il più alto numero di vedove: le cause sono da attribuirsi alle guerre che si sono avvicendate per anni e che sterminavano senza preoccuparsi di chi si trovasse nei pressi, oppure al fatto che, al momento del matrimonio, come abbiamo accennato, i mariti siano già in età avanzata rispetto alle mogli. Le vedove si ritrovano sole, con minimo quattro figli da mantenere. Spesso sposano il cognato, per avere un appoggio maschile, oppure nella peggiore delle ipotesi sono costrette a prostituirsi, pur di portare a casa pranzo e cena per i bambini. Ma le battaglie che hanno dovuto combattere nel tempo sono state ben più ardue…

Nel 1959 il primo ministro Daud Khan ha supportato la rimozione volontaria del velo, nel ’64 la Costituzione garantiva il diritto di una donna all’istruzione e la libertà di lavorare. Erano sempre presenti gli estremisti a contrastare questi primi passi verso la modernizzazione: si credeva che tutte queste libertà avrebbero portato ad un'”anarchia sessuale” e alla rovina sociale.

Dal ’79 all”89 c’è stata l’occupazione sovietica, dal ’90 al ’96 guerre civili: tutte occasioni negate alla modernizzazione, tutte opportunità di crescita soffocate. L’apice, però, lo si è raggiunto dal ’96 al 2001, sotto il governo dei Talebani: alle donne era espressamente proibito di lavorare, di andare in bicicletta, di ridere ad alta voce, di far intravedere alcuna parte del corpo (persino gli occhi) e di indossare abiti colorati.

Nel febbraio 2009 il presidente Karzai ha concesso alle sciite, attraverso una legge, di uscire di casa solo per “motivi legittimi”, di studiare o lavorare soltanto con il permesso del marito; lo stupro in cui il carnefice è il marito non è punito, le vedove non possono ereditare la casa e i beni del defunto (mentre, a ruoli inversi, il marito eredita dalla moglie).

Tuttavia, le sciite per cui vale la legge di cui sopra, in Afghanistan sono soltanto il 20%, invece per il resto la situazione sta cambiando. Come anche è sempre stato scritto nel Corano, uomini e donne hanno gli stessi diritti e doveri davanti alla legge. Secondo la Costituzione, alle donne sono permessi dei diritti politici. La percentuale di donne istruite sta crescendo, l’età in cui una ragazza può sposarsi è salita dai 16 ai 17 anni e i parenti maschi possono permettere che lei lavori.

Spesso succedeva che giovani mogli abusate si autoimmolassero, uccidendosi con del fuoco, ma recentemente nella provincia di Herat si è passati da 350 casi all’anno ad “appena” 70.

Inoltre, ultimamente, l’acqua pulita, l’elettricità e la sanità sono più accessibili, quindi è minore anche il tasso di mortalità infantile (in tempi non troppo remoti un bambino su dieci moriva per queste cause).

Gli estremisti pensano ancora che il posto ideale per le donne sia la casa, che la strada non si addica ad una brava ragazza. Questa deve coprirsi dalla testa ai piedi e viaggiare soltanto con un uomo della famiglia. La sua testimonianza in tribunale vale la metà di quella dell’uomo e, in caso di divorzio, i figli sono assegnati al padre o al nonno.

Molta responsabilità si dà, infatti, alla donna nella reputazione della sua famiglia: l’onore (caratteristica a cui gli uomini tengono particolarmente) di tutto il nucleo familiare è leso da una moglie, una figlia, una sorella che, sulla strada per la scuola o l’ufficio, si espone in tutta la sua bellezza, attirando i mariti delle altre. Quindi molto spesso non si tratta di mancanza di rispetto ma proprio di mentalità radicata per il “bene” stesso della donna, perché nessuna diceria possa rovinare la sua immagine. Il tentativo di protezione diventa controllo.

Per lo stesso motivo è importante che la donna sia sempre accompagnata da un uomo della famiglia e che esistano spazi separati per uomini e donne.

Oggi la legge non richiede che le donne indossino il burqa, anche se chi non lo indossa non è vista di buon occhio, specialmente dagli anziani. In questo ambito, però, la questione è delicata e si tratta più di un retaggio culturale che religioso o giuridico (la purdah è sempre stata una pratica orientale).
In Afghanistan sono presenti settanta università private, e al giorno d’oggi il 18% degli universitari è di sesso femminile. È stato rilevato che le donne laureate si sposano più tardi, hanno meno figli, un lavoro e sanno farsi rispettare di più rispetto alle altre. Per questo vari movimenti femministi, che vantano la partecipazione di uomini oltre che di donne, puntano sulla diffusione dell’informazione.

Interessante è riflettere sul fatto che nel Parlamento afghano ci siano più donne che in altri Paesi occidentali, come anche tra le elette nei Consigli provinciali. Tra le donne che hanno avuto maggiore eco ci sono Nazoo Anaa, “madre della nazione afghana”, e Bibi Ayesha.

In passato, per gli afghani, comprare un telefono rappresentava una spesa insostenibile, invece adesso, grazie agli smartphone made in China, è possibile ottenere questo utilissimo oggetto a soli 10 dollari. Anche il prezzo delle schede telefoniche è sceso dai 500 dollari del 2003 a circa l’equivalente di un dollaro.

Una volta, per ogni telefonata ai parenti residenti all’estero, gli afghani raggiungevano il confine con il Pakistan, da cui le spese erano notevolmente minori.

Nel 2011 è nato un mobile social network: Paywast. Ha ancora molto successo, insieme a YouTube, Facebook e Twitter, utilizzati solo dai giovani (il 68% del Paese è sotto i 25 anni) e nelle grandi aree. Grazie ai social network si diffondono storie come questa: una donna è stata accusata ingiustamente da alcuni religiosi di aver bruciato il Corano, poi picchiata selvaggiamente fino alla morte e gettata in un fiume. Grazie ai mezzi di comunicazione, il video dell’omicidio è diventato virale e ha continuato a circolare su Facebook per circa un mese, sulle bacheche dei ragazzi afghani. Il caso ha avuto voce ed è stato seguito dalla magistratura: quattro uomini sono stati condannati a morte (anche se in seguito la pena è stata inspiegabilmente annullata), altri otto a sedici anni di prigione.

La vetrina di Facebook è servita anche nelle ultime elezioni, durante le quali molti politici creavano pagine per promuovere se stessi, mentre emergevano gruppi di satira che si prendevano gioco dei candidati.

La diffusione di questi mezzi di comunicazione e di internet sta giocando un ruolo rilevante nell’emancipazione della donna, oltre alle relazioni sociali, soprattutto tra uomini e donne. Gli spazi comuni per i due sessi sono diventati virtuali, senza che alcun occhio indiscreto possa giudicare le ragazze che si lasciano corteggiare, in questa esperienza così insolita tra afghani “conquistatori” alle prime armi.

Facebook si è diffuso tra i giovani con un timido passaparola. Alcune ragazze ancora non accettano richieste d’amicizia maschili, altre non pubblicano le proprie foto (lo fa solo il 37% delle donne, contro il 75% degli uomini) o si iscrivono con un nome falso, per paura, vergogna o perché l’educazione con cui son cresciute non prevedeva rapporti di questo genere. Avere fiducia nell’altro sesso è difficile, soprattutto se è nascosto dall’altra parte dello schermo. Un ragazzo potrebbe benissimo prendersi gioco della sua compagna di chat e rendere pubbliche le parole che lei usa, magari un po’ più spinte dopo varie chiacchierate in cui si è acquisita confidenza con l’interlocutore. E tutto questo potrebbe costarle caro. Oppure gli stessi ragazzi potrebbero essere scherniti dall’amico che in chat si fingeva una donna bellissima.

I giovani si innamorano presto sui social network, non essendo abituati alla pratica di dover scegliere con chi iniziare una relazione. Su internet è semplice mostrare i propri pregi, ma poi, una volta che si incontra l’altra persona clandestinamente nella vita reale, si scoprono i problemi, le diversità, e si infrangono cuori.

Per questo è nato un programma radiofonico chiamato “La notte degli innamorati”: i ragazzi e le ragazze disperati per la fine di una relazione, hanno da uno a dieci minuti di diretta per sfogare le proprie emozioni, raccontare la propria esperienza e condividere un dolore così insolito e nello stesso tempo così affascinante, magari sperando che dall’altra parte l’ex li ascolti e li riprenda con sé. Il canale è 98.1 Arman Fm, la radio dei cuori, e il conduttore della trasmissione è Ajmal Noorzai, attento a tutelare le identità dei telespettatori che partecipano al programma. La telefonata costa circa venti centesimi al minuto e per questo gli amanti dal cuore spezzato talvolta terminano il credito del cellulare lasciando sospesa a metà la loro storia struggente. Inizialmente per queste “confessioni” erano riservate due ore il venerdì sera (nel weekend); poi il successo enorme tra gli adolescenti ha permesso che tutto venisse prolungato per un’ulteriore ora e spostato al mercoledì. Lunghi messaggi vocali, nessun intervento del presentatore o consigli, solo storie di amori finiti, intervallate da musica e spot. E pensare che alcuni anziani considerano blasfemo ancora soltanto guardare la televisione! Sulla stessa onda, persino San Valentino è stato introdotto di recente in Afghanistan. L’home page di Facebook si riempie di auguri “a te e alla tua famiglia”, come se si trattasse di una festa nazionale.

Comunicare il dolore, si tratti di pena d’amore in una trasmissione radiofonica o di denuncia sociale su un social network (scusate il gioco di parole), è già un grande passo avanti, in una cultura in cui anche il poeta Qahar Asi scriveva che il dolore si debba nascondere, affrontare in solitudine e condividere solo con gli specchi.

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