Libano, amnistia generale per creare una milizia del caos

Libano – Mentre il sud del Libano viene quotidianamente martellato da Israele, le più alte cariche istituzionali libanesi continuano la loro vergognosa sudditanza verso Usa e Israele.
Questa sottomissione sul campo e politica rappresenta l’insidioso contesto in cui un accordo legislativo viene fatto passare di nascosto attraverso le commissioni parlamentari congiunte sotto la maschera della “Legge sull’amnistia generale” emendata, come strumento complementare per compensare la sconfitta militare dell’attore esterno minando la pace civile dall’interno.
Di fronte a questa pericolosa deriva, la presenza libanese in tutta la sua diversità si trova di fronte a un interrogativo cruciale: come può una legislazione, in nome dell’umanità, essere utilizzata come copertura ufficiale per la creazione di una milizia ibrida e caotica, che fonde la stirpe di agenti fuggitivi con il nucleo takfiri, con l’obiettivo di compensare la sconfitta dell’operatore esterno sul campo e riprodurre l’attuale tutela e il mandato?
Libano e la minaccia dei collaborazionisti
In questo contesto, la questione dei collaborazionisti di origine libanese fuggiti e accostatisi volontariamente all’entità occupante il 25 maggio 2000 assume un ruolo centrale nel complotto delle milizie. Ciò è reso possibile dall’inserimento di una clausola velata nell’articolo 2 che esenta coloro che sono contemplati dalla Legge n. 194/2011, garantendo loro un’assoluzione collettiva. Il potere esecutivo, insieme ad alcuni membri del parlamento nominati per caso, si impegna quindi volontariamente e consapevolmente in questa linea d’azione, servendo il progetto americano attraverso la sua deliberata complicità nel trasformare la situazione in una minaccia alla sicurezza. Il pericolo intrinseco nella suddetta clausola garantisce il passaggio sicuro della seconda e terza generazione dei figli di questi collaborazionisti in fuga, in quanto discendenti nati, cresciuti, addestrati e serviti militarmente nell’esercito israeliano, imbevuti di ideologia sionista e di madrelingua ebraica, come israeliani per inclinazioni e affiliazioni.
Aprire le porte del processo legislativo a queste persone rappresenta un’opportunità strategica che il nemico desidera e in cui il Mossad sta investendo per creare la “Brigata del Nord di Israele come alternativa al cosiddetto Esercito del Libano del Sud, ormai disciolto”, per agire come braccio operativo e colpire la Resistenza alle spalle, annientando la stabilità sociale, mentre l’occupante conduce una guerra di annientamento culturale volta a cancellare la memoria spaziale e urbana dei villaggi del sud, distruggendo i loro monumenti architettonici e la loro storia visiva per impedire che la vita possa ritornarvi.
Una milizia ibrida per attaccare alle spalle la Resistenza
La coscienza nazionale esige il rifiuto totale di qualsiasi nozione di “amnistia” o di accordo per questo gruppo. Essi hanno perso il diritto al ritorno e all’esistenza volontaria in virtù del loro legame organico e sanguinoso con l’esercito israeliano. I tentativi di legalizzare il loro ritorno equivalgono a una palese legittimazione dell’infiltrazione e a un flagrante tradimento del sangue dei martiri, anche se alcuni ambienti cercano di mascherarlo con condizioni superficiali (nemmeno menzionate nella bozza), come la rinuncia pubblica alla cittadinanza israeliana, la completa cessione dei loro beni nei territori occupati, il divieto di arruolamento nell’esercito libanese e il congelamento del processo in attesa dell’esito finale del conflitto. La perdita del loro diritto alla cittadinanza e al ritorno è una questione fondamentale e inconfutabile, che rende tali condizioni – se esistono – una mera elusione e una debole giustificazione per legittimare la presenza di collaborazionisti.
Amnistia per i discendenti dei collaboratori di Lahad
I pilastri della milizia ibrida auspicata si stanno completando con la riapertura dei casi di coloro che sono stati arrestati per crimini legati al terrorismo, in particolare il condannato Ahmad al-Assir e le reti coinvolte in attentati dinamitardi e autobombe. Dietro la diffusione dei nomi e la riapertura di questi casi si celano figure oscure appartenenti al sistema della “sovranità estremista”, supportate da una macchina di propaganda mediatica programmata e guidata da canali di incitamento alla sedizione, con l’obiettivo di alimentare le tensioni settarie e ricattare il movimento di Resistenza su base settaria.
Membri del parlamento entrati in carica per caso, insieme a coloro che aspirano alla seconda carica più alta e a rappresentanti degli Stati Uniti in Libano, sono alla guida di questo sforzo, utilizzando il linguaggio minaccioso della “strada contro strada”. Queste forze cercano di stringere un perfido “accordo a pendolo” che prevederebbe lo scambio dei casi di coloro che sono stati arrestati per attentati e omicidi premeditati con l’amnistia per i discendenti dei collaboratori di Lahad, al fine di placare la base settaria di ciascuna comunità e rinunciare volontariamente ai successi militari nelle umilianti sale della contrattazione politica.
Innescare un caos alternativo in Libano
Questa disastrosa integrazione all’interno del laboratorio di intelligence congiunto porta a una convergenza tra la dottrina militare sionista della nuova generazione di esuli e la sanguinosa esperienza operativa di attentati e reti terroristiche, in un ambiente permeato dal settarismo e alimentato localmente dalla propaganda mediatica. Attraverso questo letale mix umano, gli ambienti della sicurezza americani e israeliani cercano di istituire una struttura militare ibrida, eterogenea in termini di settarismo ma funzionalmente unificata, che funga da braccio esecutivo per colpire le retrovie della Resistenza e innescare un caos alternativo, compensando la sconfitta dell’operatore militare esterno sui fronti meridionali.
Questa palese sottomissione ai diktat stranieri si riflette anche nella clausola che ha abolito la pena di morte per proteggere questi assassini e agenti, sostituendola con una condanna a 28 anni di carcere per soddisfare le condizioni dei fondi internazionali e dei donatori occidentali in cerca di prestiti usurari. Ciò ha di fatto svuotato la pena del suo effetto deterrente e punitivo e ha distrutto il prestigio della magistratura libanese, protettrice della società.
Questa dubbia ambiguità legislativa pone coloro che affermano di difendere la sovranità verbale e i mercanti della condivisione del potere di fronte a un messaggio esistenziale decisivo che smaschera le loro tattiche ingannevoli. Stanno disperatamente cercando di attuare uno scenario minato che lascia la porta sul retro esposta alle minacce alla sicurezza, allineando il loro progetto legislativo agli obiettivi del Mossad di creare divisioni interne per compensare i suoi fallimenti militari.
Sventare questa sanguinosa trappola
Questa pericolosa deriva impone a ogni credente nel progetto di Resistenza, e all’élite nazionale consapevole, di mantenere una vigilanza immediata e assoluta per condurre una campagna di sensibilizzazione costituzionale e popolare che impedisca l’attuazione di questa sanguinosa trappola. Allo stesso tempo, è necessario salvaguardare i diritti umani reali di coloro che sono dietro le sbarre, che hanno subito l’ingiustizia delle indagini e dei ritardi e che meritano la libertà e una nuova opportunità di cittadinanza, nel rispetto di norme rigorose che impediscano l’assoluzione di assassini e collaborazionisti.
La transizione storica verso uno “Stato capace”, rafforzato dalla costituzione e da una magistratura indipendente, pone i cittadini di fronte a scelte decisive a somma zero: o arrendersi alla farsa dei compromessi settari che legittimano il tradimento e il terrorismo a ogni piè sospinto, in risposta alle agende di chi si sente in dovere di tutela, oppure prendere l’iniziativa nazionale per proteggere il sangue dei sacrifici compiuti al fronte e creare una vera giustizia sovrana che respinga i traditori e preservi la dignità dell’uomo e della patria.
di Redazione



