Anp primi nemici della causa palestinese
L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) continua a svolgere il ruolo del “cane da guardia” del regime sionista in Cisgiordania. Le critiche nei confronti delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese si sono intensificate in seguito agli arresti di membri della Resistenza e attivisti, parallelamente alla continua coordinazione in materia di sicurezza con Israele. Le critiche giungono dopo che sono stati segnalati nuovi abusi ai danni dei detenuti nel carcere di Junaid a Nablus.
Il Comitato delle famiglie dei detenuti politici ha dichiarato giovedì di essere “profondamente preoccupato” per i maltrattamenti subiti dai prigionieri politici nel carcere di Junaid, definendoli “gravi violazioni e una brutale escalation”. Il comitato ha accusato le forze di sicurezza dell’Anp di perpetrare torture e abusi contro i detenuti nell’ambito di una politica sistematica volta a colpire gli oppositori e le figure della Resistenza.
In una dichiarazione, il comitato ha affermato che le pratiche di tortura hanno raggiunto “livelli scioccanti”, citando le rivelazioni della famiglia del detenuto politico Suleiman al-Shami, il quale, a loro dire, sarebbe stato sottoposto a gravi torture che gli hanno causato ustioni ai piedi durante la detenzione.
Il comitato ha descritto l’incidente come “un crimine a tutti gli effetti”, che riflette il “deterioramento morale e nazionale” all’interno dell’apparato di sicurezza, sottolineando che gli abusi non sono più “violazioni individuali” ma piuttosto “una politica sistematica di repressione contro le voci libere e le persone di opinione”.
Anp: da difensori a torturatori del popolo palestinese
Questi sviluppi si inseriscono in un contesto di crescente dibattito all’interno della società palestinese sul ruolo delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese nella persecuzione dei combattenti della Resistenza e degli attivisti politici, soprattutto alla luce delle continue campagne di arresti nelle città della Cisgiordania. Fazioni e gruppi palestinesi hanno collegato queste azioni al “coordinamento in materia di sicurezza” in corso con Israele.
Il comitato ha accusato l’Autorità Palestinese di detenere oltre 70 prigionieri politici, nonostante le ordinanze del tribunale che ne imponevano il rilascio di alcuni, sostenendo che ignorare le decisioni giudiziarie rivela “una politica basata sulla repressione e sul soffocamento del dissenso”.
Ha aggiunto che il protrarsi degli arresti politici e degli abusi nelle carceri rappresenta “una vergogna nazionale e morale” e riflette “un pericoloso eccesso di potere in materia di sicurezza” nei confronti dei palestinesi, anziché tutelarne i diritti.
Il comitato ha chiesto l’immediato rilascio di tutti i detenuti politici, la fine degli arresti politici e delle convocazioni per motivi di sicurezza, e che alle organizzazioni per i diritti umani e ai media sia consentito l’accesso alle carceri per verificare le condizioni dei detenuti.
Ha inoltre esortato le fazioni nazionali, le organizzazioni per i diritti umani e le personalità pubbliche ad agire con urgenza per fermare questi crimini e violazioni e per difendere la dignità e i diritti dei detenuti, avvertendo dell’impatto che queste politiche potrebbero avere sull’unità nazionale palestinese.
Vogliono soffocare la speranza del proprio popolo
Negli ultimi mesi, le accuse contro le forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese per la persecuzione dei combattenti della Resistenza si sono intensificate, in particolare a Jenin, Nablus e Tulkarem, parallelamente ai continui raid, assassinii e arresti israeliani in Cisgiordania. Ciò ha suscitato rabbia e critiche diffuse tra le fazioni palestinesi, che hanno affermato che il coordinamento delle forze di sicurezza è di fatto diventato una copertura per colpire la Resistenza.
di Redazione



