
La strategia, in geopolitica, è uno degli strumenti principali se non quello di primaria importanza; saper leggere la realtà, coglierne la sua complessità e delineare gli scenari possibili e futuri. Questa è in parole semplici la strategia. Al precipitare degli eventi in Iran si è entrati nella solita spirale della causa-effetto; eppure ad una attenta analisi non sfugge che gli eventi non sono stati scatenati da un solo fattore.
Iran, i BRICS e lo SCO
La collocazione dell’Iran nell’ambito dei Brics e della SCO il cui vertice si è tenuto a Tianjin lo scorso settembre, lo rende cruciale per gli Stati Uniti nello sforzo di contenere i veri rivali: Russia e Cina.
Cina che dall’Iran importa il 13% del suo fabbisogno di idrocarburi della quale, la Russia, è il secondo produttore mondiale. Se un esempio si deve fare conviene paragonare l’attacco all’Iran a quello del Venezuela.
Intento dei “Paesi non allineati” è quello di creare un sistema internazionale di pagamenti alternativo a quello occidentale, sostituendo il dollaro come moneta di scambio. Questo, per gli Usa, è un pericolo mortale perché la dedollarizzazione farebbe franare il sistema finanziario.
Uno dei primi effetti dell’attacco all’Iran è stato quello di interrompere l’emissione del primo prestito da parte della compagnia petrolifera di Stato di Abu Dhabi, per un valore di 14 miliardi.
La chiusura di Hormuz determina un problema di liquidità delle banche e delle aziende dei Paesi del Golfo in quanto, le banche cinesi, non possono erogare cifre di tale portata. Questo è il risultato della posizione geografica dell’Iran che è da sempre fortuna e sfortuna; dai tempi delle carovane è un crocevia strategico.
L’Iran e la difesa
Droni da 5mila euro riescono a mandare a ramengo la difesa missilistica di Israele e Usa che devono rispondere con missili che costano milioni di dollari.
L’Iran potrebbe spostare i propri attacchi anche su altri obiettivi strategicamente più rilevanti per gli Stati Uniti, come l’ambizioso progetto TRIPP: Trump Route for International Peace and Prosperity che ha preso vita al di là del confine nord tra Azerbaijan e Armenia. Attività che fa il paio con quella nel Corridoio di Syunik iniziata nel 2023; qui si gioca un business da 150miliardi di dollari l’anno con un accordo di 99 anni. Portare avanti un accordo del genere è impossibile se il “vicino” non viene addomesticato e la sua abilità nell’uso dei droni, campo dove Teheran è all’avanguardia, rappresenta un pericolo estremo.
Gli Usa e gli idrocarburi
La produzione Usa si basa sul “fraking”, tecnologia devastante per l’ambiente e costosa, ma che garantisce quantità immense che per essere compensate necessita di un costo superiore ai 70 dollari al barile. Chiudere Hormuz porta alla crescita del prezzo, quindi diventa indispensabile al mantenimento del primato produttivo degli Stati Uniti.
A noi italiani, il tutto, costa 95milioni di euro al giorno, mentre il governo di Giorgia Meloni dice di non avere “gli strumenti necessari” per prendere una posizione.
di Sebastiano Lo Monaco



