Asse della Resistenza: “Una libera coalizione in lotta contro le potenze esterne”

Limes – Conversazione con Mohammad Ghaderi, giornalista iraniano e analista nei settori della sicurezza nazionale, geopolitica e guerra ibrida, già direttore del Tehran Times.
Limes: L’attuale confronto tra Iran, Stati Uniti e Israele si inserisce in una dinamica di lungo periodo?
Ghaderi: Sì. Ha assunto una nuova dimensione con le “Primavere arabe” del 2011 e si è ulteriormente intensificato dopo il 7 ottobre 2023, ma le sue radici risalgono al 1979, anno della Rivoluzione Islamica iraniana. Le ragioni che spinsero molti giovani in piazza nel 2011 erano simili a quelle della rivoluzione iraniana: su tutte, il rifiuto dell’oppressione e della sottomissione a governi corrotti. In questo contesto, l’Iran avrebbe potuto rappresentare un punto di riferimento per i movimenti di protesta delle “Primavere arabe”, ampliando l’area di influenza dell’Asse della Resistenza.
Per impedirlo, gli Stati Uniti avviarono una nuova offensiva contro l’Iran, inizialmente solo diplomatica, accusandoci di perseguire obiettivi nucleari e dipingendoci come un fattore di instabilità regionale per costruire un fronte internazionale ostile. Parallelamente, svilupparono un’azione sul piano della percezione pubblica: vennero finanziate reti televisive in lingua persiana, inglese e araba – come Iran International, Bbc Persian, Voice of America e Radio Farda – per influenzare l’opinione pubblica araba e iraniana contro il governo.
Soprattutto, vi furono finanziamenti e supporto logistico a movimenti ostili all’Iran in molti Paesi arabi, in particolare a gruppi settari che contrapponevano sunniti e sciiti e che spesso finivano per egemonizzare le proteste. Tali gruppi furono talvolta sostenuti direttamente da Washington, ma più spesso tramite alleati regionali, per esempio come avvenuto in Siria attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania.
Se inizialmente questo sostegno era più discreto, se non addirittura nascosto, oggi gli Stati Uniti hanno gettato la maschera. Per esempio supportando apertamente Muhammad al-Jolani in Siria, passato da terrorista a rappresentante riconosciuto degli interessi americani nella regione. Fin dall’inizio, questi movimenti estremisti sono stati strumenti occidentali contro l’Iran e l’Asse della Resistenza.
Limes: Partiamo dall’inizio. Cos’è e come nasce l’Asse della Resistenza?
Ghaderi: Simbolicamente l’Asse della Resistenza nasce in Iran nel 1979 con la Rivoluzione Islamica. Prima esistevano dei movimenti nazionalisti, marxisti o socialisti che si opponevano al colonialismo o al neocolonialismo in Medio Oriente, in particolare alla presenza francese, britannica e americana, e a Israele come entità sionista fondata sull’occupazione delle terre palestinesi. La Rivoluzione iraniana del 1979 introdusse una nuova forma di resistenza, ispirata agli insegnamenti del Corano e al principio secondo cui la sottomissione dell’uomo può essere solo verso Dio e non verso tiranni o potenze esterne. La costituzione iraniana sostiene esplicitamente i movimenti di liberazione in Medio Oriente, nei Balcani o in America Latina.
A differenza di Stati Uniti e di altri Paesi colonizzatori o neocolonizzatori, l’Iran non interviene contro la volontà dei governi locali, ma solo su richiesta delle autorità legittime o dei movimenti locali. Non perseguiamo obiettivi di occupazione o conquista, ma sosteniamo governi e forze autoctone che resistono all’oppressione esterna, attraverso supporto economico, militare o ideologico, senza imporre conversioni religiose.
Sulla base di questi princìpi si è progressivamente strutturato l’Asse della Resistenza, comprendente Hamas e il Jihad Islamico in Palestina, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, diversi gruppi in Iraq, Fatemiyoun in Afghanistan, Zainabiyoun in Pakistan e, in passato, il governo al-Asad in Siria. Non si tratta di un movimento gerarchico guidato dall’Iran, ma di una comunanza di intenti tra soggetti autonomi. Questa struttura non centralizzata rappresenta la sua principale forza: anche se un elemento si indebolisse, gli altri continuerebbero a operare indipendentemente.
Limes: Concretamente, quali sono gli obiettivi dell’Asse della Resistenza?
Ghaderi: Gli obiettivi ideologici sono rimasti invariati dal 1979: contrastare le potenze esterne che sfruttano il Medio Oriente. Tuttavia, il contesto geopolitico è profondamente cambiato.
Dagli anni Novanta, Israele e alcuni Paesi arabi alleati degli americani tentarono di ridisegnare la regione rendendo lo Stato ebraico la potenza egemone. L’Iran rifiuta questo modello, si oppone alla presunzione di supremazia della “civiltà occidentale”. Secondo la definizione di Samuel Huntington, rivendica invece una tradizione di oltre 1.500 anni rispetto alle nazioni occidentali affermatesi dopo la pace di Westfalia.
Non vogliamo distruggere l’Occidente, ma esigere la cessazione dello sfruttamento della regione e la restituzione dei territori ai popoli locali, incluso quello palestinese. L’azione militare mira a costruire un Medio Oriente più giusto e a contrastare i piani americani, israeliani e dei loro alleati, con l’obiettivo di lungo periodo di porre fine alle basi statunitensi e all’influenza israeliana. Nel presente, l’impegno principale è ostacolare i progetti americani e dello Stato ebraico di ridisegnare la regione con Israele come attore egemone, in particolare tramite i cosiddetti accordi di Abramo.
Limes: Come funziona concretamente il coordinamento delle attività dell’Asse della Resistenza?
Ghaderi: L’Iran opera principalmente tramite la Forza al-Quds dei Pasdaran, braccio per le operazioni esterne del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), responsabili di guerra asimmetrica, intelligence e supporto ai gruppi alleati all’estero. La loro azione fu plasmata da Qassem Soleimani, che le guidò dalla fine degli anni Novanta fino alla sua uccisione nel 2020.
Dotato di grande carisma e visione strategica, Soleimani intratteneva rapporti diretti con i leader delle altre fazioni dell’Asse. Durante il suo comando, integrò strettamente strategia, ideologia e religione, difendendo la sovranità e la sicurezza nazionale iraniana e ampliando il raggio d’azione dell’Asse. In questo modo, affrontava i nemici prima che raggiungessero le frontiere iraniane, aumentando la profondità strategica del Paese. Soleimani interpretava l’azione dell’Asse secondo l’insegnamento coranico di sostenere i popoli oppressi, come principio di giustizia e non questione confessionale. Questo permise all’Iran di operare anche dove gli sciiti non sono maggioritari, come in Palestina e Siria, difendendo minoranze minacciate da gruppi settari sostenuti dall’Occidente. Non a caso, Soleimani è considerato il principale artefice della sconfitta dello Stato Islamico in Siria.
Limes: Con le “Primavere arabe”, l’Asse rischiò di sfaldarsi. In Siria Hamas si schierò contro di voi…
Ghaderi: Al-Asad prossimo al crollo richiese l’intervento dell’Iran e di Hezbollah, mentre Hamas, pur alleato, si schierò contro di noi. Hamas non è un movimento unitario, ma è composto da due correnti principali. Quella politica di Khaled Mesh’al, con sede a Doha e legata a Qatar, Turchia e Fratelli musulmani, imponeva ai propri uomini di opporsi all’Iran. Seguiva così le indicazioni dei suoi sponsor, in particolare dei Fratelli musulmani, che tentavano di cavalcare le primavere arabe secondo una linea settaria che contrapponeva i sunniti agli sciiti e, di conseguenza, all’Iran.
L’altra corrente è rappresentata dal braccio militare di Gaza ed è stata a lungo guidata da Yahya Sinwar, Ismāʿīl Haniyeh e Mohammad Deif, ed è sempre rimasta fedele a Teheran. Anche durante i momenti più complessi della guerra in Siria, Soleimani mantenne rapporti diretti con loro. Oggi la corrente di Mesh’al è quasi scomparsa mentre i nostri contatti con il braccio armato di Hamas per armare Gaza e Cisgiordania sono ancora operativi. I palestinesi sanno che né Arabia Saudita né Fratelli musulmani li sosterrebbero mai realmente contro Israele.
Limes: Avete avuto un ruolo nel 7 ottobre?
Ghaderi: No. L’Operazione “Diluvio di al-Aqsa” dimostra l’autonomia operativa delle componenti dell’Asse, indipendenti dall’Iran. Nonostante perdite come Nasrallah e altre figure ai vertici, la struttura rimane intatta, così come il pensiero strategico e la capacità di coordinare azioni complesse.
Limes: Perché al-Asad è caduto nonostante il vostro intervento a suo favore in Siria?
Ghaderi: Al-Asad ha dimostrato di essere poco lungimirante. Grazie al nostro sostegno e a quello dei russi, aveva riconquistato gran parte dei territori perduti, ma si è fatto ingannare dalle promesse di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che gli proponevano la ricostruzione della Siria e il reinserimento di Damasco nella Lega Araba a condizione che uscisse dall’influenza iraniana.
A partire dal 2018, ha quindi iniziato a venire meno agli impegni presi con Teheran, mentre Israele intensificava i bombardamenti sui nostri obiettivi in Siria, fino a renderli quasi quotidiani, dimostrando che alcune informazioni provenivano dai vertici dello Stato e delle Forze armate siriane. Il momento di rottura è stato il 7 ottobre 2023, quando al-Asad si rifiutò di collaborare con l’unità dei fronti composta da Iran, Iraq, Libano e Yemen contro Israele, senza sostenere i palestinesi nemmeno a parole, mentre Israele arrivava a bombardare persino la nostra ambasciata a Damasco. Di conseguenza, ci siamo progressivamente disimpegnati dalla Siria, lasciando il sistema di al-Asad al proprio destino.
Limes: Come vi muovete ora in Siria?
Ghaderi: È un paradosso. Nonostante il crollo di al-Asad, l’Iran opera oggi in Siria sotto al-Jolani con maggiore facilità rispetto alla precedente presidenza, collaborando con tribù alauite e sunnite. Al-Jolani, scelto dagli Stati Uniti come volto politico presentabile, non è il loro uomo di riferimento a lungo termine. Il suo ruolo serve a facilitare la transizione e la frammentazione della Siria in quattro zone, secondo i piani israeliani e americani: uno Stato sunnita, uno curdo, uno druso e uno alauita.
Limes: Come procede il dialogo con gli Usa?
Ghaderi: Raggiungere un accordo non significa accettare la supremazia americana o la permanenza delle loro basi militari nella regione. L’obiettivo è una parità strategica, assicurando il rispetto degli accordi. Il vero problema è ideologico: gli Stati Uniti vogliono un Iran debole, che obbedisca alla Casa Bianca e che accetti un Medio Oriente dominato da Israele. Ci hanno bombardato proprio mentre era in corso un negoziato, e ancora oggi non sappiamo quando sarà possibile fidarsi di nuovo.
di Luca STEINMANN



