65 giornalisti uccisi nel 2017: Messico secondo dopo la Siria

Serena Shim, corrispondente iraniana di Press Tv uccisi nel 2014 in Turchia
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Almeno sessantacinque sono i giornalisti uccisi durante il loro lavoro nel 2017. Secondo quanto rilevato da Reporter Senza Frontiere (Rsf), organizzazione non governativa che si occupa della libertà di espressione e di informazione in tutto il mondo, il 60 percento delle morti è avvenuto tramite omicidio.

Serena Shim, corrispondente iraniana di Press Tv uccisa nel 2014 in Turchia

I sessantacinque decessi rilevati dall’organizzazione non corrispondono solo a giornalisti professionisti, ma anche a giornalisti civili e ad altri operatori nell’ambito dei media. Inoltre, più di 300 giornalisti sono attualmente in prigione. Secondo la classifica stilata dall’organizzazione, i cinque Paesi più pericolosi dove poter svolgere l’attività di giornalismo sono Siria, Messico, Afghanistan, Iraq e Filippine.

Sorprendentemente, da questa lista si evince che il livello di pericolosità per i giornalisti non è determinato solamente dalla presenza o no di un conflitto armato. Infatti, il secondo posto è occupato dal Messico, Paese in cui non è in corso una guerra. Questo mostra che zone apparentemente stabili e pacifiche hanno raggiunto un livello di libertà di stampa e di informazione molto basso, tale da potersi eguagliare a zone in cui sono presenti dei conflitti armati. Secondo Rfs, trenta sono i giornalisti uccisi in zone considerate ‘pacifiche’.

Solitamente, le motivazioni per cui i giornalisti rischiano di perdere la vita sono principalmente due. La prima trova la causa in lavori con temi scomodi al Paese in questione, ad esempio per report su corruzione politica o crimine organizzato. La seconda, invece, in evenienze esterne dovute alla situazione di guerra e di pericolo in cui si trovano i reporter, ad esempio durante bombardamenti o attacchi militari.

È allarmante, secondo Reporter Senza Frontiere, trovare il Messico al secondo posto della lista dei Paesi con più giornalisti uccisi subito dopo la Siria. L’organizzazione sostiene che alcuni autori di questi crimini scelgono di usare la violenza contro i giornalisti a loro scomodi con la speranza di sentirsi protetti da una possibile divulgazione di notizie dannose alle loro attività.

Questi dati mostrano che la libertà di espressione e di informazione è ancora oggi precaria in molti Paesi e si spera che gli Stati in questione o la comunità internazionale prendano delle misure di sicurezza per poter salvaguardare la vita dei giornalisti o degli operatori mediatici e favorire una giusta libertà di stampa.

di Alessia Biella

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