Ucraina, un conflitto dimenticato e mai risolto

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di Salvo Ardizzone

Da mesi l’Ucraina è scomparsa dai media occidentali focalizzati sulle crisi mediorientali (guerre, migranti, minacce terroristiche vere e montate, etc.), ma quel conflitto è tutt’altro che risolto e tanto meno avviato a soluzione, anzi.

Nella realtà, gli accordi del Minsk 2 siglati a febbraio del 2015 non sono mai stati implementati e da allora, lungo la linea del fronte, è stato uno stillicidio di scaramucce, scontri sporadici, bombardamenti improvvisi, che hanno continuato ad allungare la scia di sangue ed a scavare il fossato ormai incolmabile che divide i contendenti.

Da un canto c’è Kiev, con il suo Governo nei fatti designato dal Dipartimento di Stato Usa, avviata a divenire la capitale di uno Stato fallito, con un’economia in caduta libera totalmente preda d’un centinaio di oligarchi abilissimi a riciclarsi nel nuovo regime, e una corruzione sempre più dilagante che cresce di pari passo con la disoccupazione e lo scontento della gente.

Dall’altro ci sono le Repubbliche separatiste di Donetsk e Luansk, che giocoforza hanno impiegato questo tempo per dotarsi di un’impalcatura amministrativa che rendesse una parvenza di normalità a regioni piagate dalla guerra. Malgrado la situazione sia tutt’altro che normalizzata, ci sono riuscite in buona parte grazie all’aiuto russo, che ha permesso di venire incontro ai bisogni delle fasce più colpite della popolazione.

Un tempo le due regioni del Donbas erano di gran lunga le più ricche e industrializzate dell’Ucraina, e dal loro pur limitato territorio proveniva il 20% del Pil nazionale, ma le distruzioni del conflitto, i sabotaggi e l’assurda situazione di limbo in cui si trovano sospese, malgrado gli sforzi della gente ne hanno impedito un pieno ritorno alla normalità.

In questo anno, Kiev ha disatteso tutti gli impegni presi a Minsk, ma più e prima che quelli militari (dopo la batosta devastante di Debaltsevo, Esercito ucraino e Guardia Nazionale hanno impiegato molto tempo a risollevarsi) sono stati quelli politici a venir meno. Nessuna delle riforme costituzionali ed istituzionali previste per garantire l’ampia autonomia promessa al Donbas sono state messe in cantiere, anzi, Poroshenko ha inasprito le limitazioni ai russofoni ed ha moltiplicato i sabotaggi alle infrastrutture nel sud-est, bloccando sistematicamente l’erogazione di energia elettrica destinata alle due Repubbliche, e ostacolato in tutti i modi la circolazione delle merci.

Ma c’è di peggio: sotto la spinta di Washington, e col pieno appoggio della “Nuova Europa” capeggiata da Inghilterra e Polonia, ha dato mano libera ai battaglioni volontari ultranazionalisti come l’Azov e l’Ajdar, null’altro che squadracce dedite a sistematici saccheggi e provocazioni per alzare la tensione e vanificare ogni negoziato (un esempio per tutti è l’improvviso quanto violento bombardamento di Donetsk nel giorno del Natale ortodosso, contemporaneo alla liberazione di tutti i prigionieri ucraini decisa dalla Repubblica di Luhansk come gesto di buona volontà).

Che si tratti di un disegno preciso, parte di una strategia che vede il Governo pienamente coinvolto, è testimoniato dalla proposta, avanzata il 4 gennaio dall’Ambasciatore ucraino all’Onu (ove Kiev ha ottenuto un seggio non permanente al Consiglio di Sicurezza grazie a Washington), di una forza di pace nel Dombas, bissata da un’altra proposta di un diplomatico ucraino su un ipotetico Minsk 3, che riveda (cancellandoli) gli accordi del Minsk 2.

Nella realtà, in Ucraina ci sono da tempo istruttori canadesi e inglesi che addestrano soprattutto la Guardia Nazionale (ritenuta “politicamente” più affidabile dell’Esercito), e dall’Amministrazione Usa non si smette di soffiare sul fuoco; per la Casa Bianca si tratta di una crisi troppo preziosa perché venga depotenziata, e più che mai adesso, con la Russia postasi al centro della politica internazionale col suo intervento in Siria.

Poroshenko, anche ammesso per assurdo che voglia sondare alternative, non ha altra scelta che recitare il copione che gli viene sottoposto da Washington: è il Presidente di uno Stato che sta per collassare e senza alcuna prospettiva se non di divenire una colonia di multinazionali e imperialismi (la cinese Xinjiang si è aggiudicata la concessione per mezzo secolo di tre milioni (!) di ettari delle migliori “terre nere” nella regione di Dniepropetrovsk, ed è solo uno dei tantissimi esempi).

Può solo continuare a fare la marionetta nel gioco sporco di Washington e dei suoi servi. Del Popolo ucraino, tutto, chi se ne importa.

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